CLAUDIO D’AQUINO

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CLAUDIO D’AQUINO
Acqua, risacche, brume e un pò di vento

claudio

Lo svolgersi di un verso che con cadenze ritmiche insegue il tempo o lo sfugge, ha da sempre suscitato in me le sensazioni le più contrastanti. Il volo di un pensiero che guardando se stesso va a fondersi e a confondersi con l’infinito, ha sapore di magico sospeso com’è tra sogno e realtà.

Nella poesia di Claudio d’Aquino gli inganni, i sogni, i desideri del cuore, rotolano nel vento come ala di gabbiano in una continua altalena di basso e di alto che non conosce tregua né sosta: il tutto sulla quinta di «un infinito costellato di preghiere» dove il sole e la notte fanno il loro gioco «con passo di danza».

Ma se poesia è dire di se stessi parlando ad altri, la voce del suo profondo, anche «se ammassa silenzi a derrate», qui esplode in mille tasselli a volte brillanti e puliti come un cielo d’agosto, altre volte bui ed ermetici come profonde notti d’inverno.

In questo continuo dibattersi fra finito e infinito, speranza e disperazione vi si avvolgono e si intrecciano così profondamente che a stento riesci a intuire dove finisce l’una o inizi l’altra; poi, come fiamma che sorge da una favilla del maglio, avverti il sorgere di un nuovo giorno che sa di tenerezza, di abbandono e di vita acchetata: magia di «una farfalla venuta di notte a volare sul lume senza essere invitata».

Allora, sotto il peso di pesi che non si bilanciano, di tasselli che non sì incastrano, o in balia di fogli portati via dal vento a risciacquarsi in mare per poi perdersi nel firmamento, l’autore va a rifugiarsi in quell’eterno gioco che fa della poesia un’arte, certo, ma anche, e forse di più, l’estremo bisogno di dire per risentirsi, in cui vivo e palpabile viene a materializzarsi l’esterno di un intimo sconosciuto e nuovo fors’anche a chi ne scrive e ne fa forma di vita.

 

Vittorio Pironti

 

CLAUDIO D’AQUINO
Acqua, risacche, brume e un pò di vento
VITTORIO PIRONTI EDITORE – pagg. 46 – Euro 9.30

 

ALCUNE POESIE PUBBLICATE NEL TESTO

Autostrade
Di giorno lungo arterie di cobalto
tappeti fioriti di mandorli e pesco
si stendono ai piedi dell’inverno
aprendo al cuore la speranza
come vento che arrossa la nebbia.

La pianura trapuntata di case
diviene prodigio di venture
anche per noi vissuti a lungo
tra stoppie di cemento.

È appena un preavviso
che i fili d’erba, le brume,
i campanili che a corolla tintinnano le lande
gli stuporosi umori del mattino
accompagnano un tempo alleato al sogno
che nei raduni di silenziose campagne
studia le prove generali dell’estate.

Preghiera inesaudita
Se appena appena schiudo le porte dell’io
ci saranno terremoti negli abissi dell’anima
e bufere percuoteranno la crosta dei planisferi
ammorbando i giorni.

Tu, divina fra le muse, aggiungi zavorra
ai miei aerostati
per vederli volare al di sotto delle nuvole
senza turbare le armonie dei cieli,
declinando a più dolci pendii,
riparo di anse serene, le insidie degli impulsi.

Quel che io chiedo
è varcare la selva delle inquietudini
e senza perdermi stringere vincoli col simile
come branco o muta
perché non sia belva solitaria la mia
che dalle dune dei monti
alza un grido straziato.

L’urlo del buio che oscura il mondo
dentro a un fosso.

Le ore della notte
Bruciano le ore della notte allo stoppino del tempo
e una plenitudine corposa
veglia sulle mura di pomice
della città vecchia
innalzata ai canali del firmamento.

La stanchezza abbraccia la valle con liquido mare
che tutto chiama a sé.

Nella casa una nostalgia severa
trasalisce con raggruppo di fiori
dalle strettoie dei vasi.

Gli alberi dormono in piedi
come animali pazienti
filari di gemme preziose
come rosari
sui fianchi della montagna.

Spesso la vita si schiude a sorpresa
dalle siepi più stranite
con squarci che superano le aurore della mente.

E allora dalla terra nuda
s’alza un frumento glabro
che gli uomini stacciano alle reste
per farne pane sacro
alla mensa di Dio.

Al bar una mattina
Nel giorno in cui furono più aspre le mie parole,
lance di guerra sul tuo corpo immacolato,
mi tramortisti con la carità
accettando il pane mio amaro
come dono del Signore.

Nel giorno che le mie parole furono pietre
pure mi amasti
guardandomi negli occhi come l’agnello.

Allora sul mio cuore scese un’aura di pietà
fresca come il flusso rugiadoso
che miracola la sete dei campi
dopo le nebbie dell’alba.

Ed ebbi per te pensieri soavi,
carezze tenute nelle dita come l’arpa.

Alba agli alburni
C’erano eserciti di luce stamane
all’assalto dei maschi
sulle montagne di Albanella.

Il gallo spaccava squilli
come da una tromba cedente
e i latrati dei cani nelle fosse
erano grida solitarie dei feriti
ebbri di morte e di sconfitta.

Ho visto gli alberi bruciare nei rostri dei cannoni,
i fianchi dei bastioni piegare il capo
sotto il flusso degli arieti
e lenzuola color pesca colare l’olio
dalle mura munite delle vigne.

I cavalli scalciavano viscere
nel palpito di una morte benigna
alzando zoccoli al cielo
schiumando bava agli angoli del morso
con lingue rosse cadute dalle bocche
come fiumi.

Al di sopra di tutto
la cantilena delle cornamuse
che nel sipario degli schieramenti
apriva squarci alle nuvole spugnose
nel mare ferito della notte.

Ho visto guerrieri veloci come il tuono
scovare a una a una le stelle di Venere
schiacciate come mosche sotto il sandalo
e la luna offrirsi naufraga
alle fauci affannate dei lupi.

Così l’agonia della notte
spessa come l’orgoglio
macerava nel trastullo delle alcove
a diletto del vincitore.

Poi il silenzio vestito di pace
ha chiamato a trionfi dorati
il possesso delle pianure.

Ogni nascente giorno è una battaglia
sacro incendio di case e stupri
sotto le mura nemiche
assedio condotto con tributo di sangue
delle città soppresse
nel macello dei corpi
prima che la luna
tra schiere di mogano
venga a cogliere stasera
la sua fiera vendetta.

Autostrade
Di giorno lungo arterie di cobalto
tappeti fioriti di mandorli e pesco
si stendono ai piedi dell’inverno
aprendo al cuore la speranza
come vento che arrossa la nebbia.

La pianura trapuntata di case
diviene prodigio di venture
anche per noi vissuti a lungo
tra stoppie di cemento.

È appena un preavviso
che i fili d’erba, le brume,
i campanili che a corolla tintinnano le lande
gli stuporosi umori del mattino
accompagnano un tempo alleato al sogno
che nei raduni di silenziose campagne
studia le prove generali dell’estate.

Brezza al crepuscolo
Come naviganti senza carta
cerchiamo correnti amiche
e refoli di vento avversi alla bonaccia
chiamando tutto questo divinazione,
capriccio dei cieli,
consapevolezza
oppure
marea flessuosa nelle agonie del caso
e raggruppo dei princîpi vitali
nel pozzo delle origini.

Un filo un faro una radice
averla nel tormento delle notti
solleva il marinaio senza timone
sulle onde ricce come chiome di vergini,
su venti tenui come brezza al crepuscolo,
su giorni lisci come l’acqua alle fontane.

Cade sopra i tuoi occhi
Cade sopra i tuoi occhi e langue l’autunno
nel ventaglio delle ciglia, ai crocevia dei respiri
dove è matura l’ora dei frutti.

I cieli affogano di assilli,
non rifulgono alle vetrine di luglio
sospinti dalle spire del maestrale
quando il vento li scarta.

Sono mattini chiusi nell’uggia
ripiegati negli stipi del ricordo
ancora da sfogliare.

Guardo i tramonti,
le lance che trafiggono il pensiero
nello sfavillìo della risacca; guardo le brume
che i toni cupi del mondo dissolvono.

Ascolto il ritmo dei meriggi e spero
come chiglia che guadagna banchine
agli annunci della notte
e avvolge nelle vele il nuovo giorno.

Tra le volte cerulee dei cieli guardo gli strappi:
sono promesse di nuovi abbracci,
sono congiure con l’eternità.

Colline
Vivere sulle colline
è tutt’uno col tuffarsi dalle ripe del mondo
amando l’ora lieve e malinconica
in cui il cielo cede alla terra
il passo della danza cortigiana
che disfoglia i veli alla dalmucca
e al flauto incantatore
dondolando i fianchi.

A una a una le vesti cadono
come le mura di Gerico
come i battenti di Chio
davanti a un ariete nemico
anzi che spari il saraceno
sia pure una lancia
del suo furore.

Così la terra riarsa
tra tripùdi di cicale
stende il suo corpo nudo
agli abbracci del cielo.

Nuda nelle sue sconce bellezze,
attende il seme del firmamento
sparso dalle aurore come incenso
cedendo alle carezze della brezza
lungo la pelle
di fili d’erba e paglia.

All’ombra di cascinali spaccati come forre
nella mattanza dei suoli
salimmo i passi
ai confini del tempo che tace.

Su labirinti di pietra
la mora delle stagioni ci invaghì
e fummo muri tirati a secco nei campi,
balugine chiamata al cielo dalle pozze
e smeriglio dei venti.

Qui donne spaccarono doglie
sudando nei letti i frutti dell’uomo,
spremendo dalla volta dell’alba
gli impasti per le mense.

Ora la polvere del tempo
ha steso un velo di pudore
sulle cose e sulle opere
e la memoria torna calce viva
nelle ossa delle case.

Come legno che stagiona
Passano i soli sul crinale dei giorni
lenti nelle perle di un rosario
e grani di polvere percuotono il tempo
a uno a uno, gocce di grondaia.

I risvegli sono tenui come rondini,
voli di falena intorno al neon.
Non ho più fiati al tendine dell’arco
né assalti da portare alla tua tenda
ma nudo come legno che stagiona
ammasso i silenzi a derrate.

Con passo di danza
Sono morto e i vermi facciano il resto
tra rintocchi di campana mosci come risacche
nel filo del tempo che scivola la sabbia
la mia sabbia esaurita
in un tramonto silenzioso
nella campagna silenziosa
mentre il sole e la notte fanno il loro gioco
con passo di danza.

Contadini
Ora i tuoi piedi imprimono sigilli
alle radici dei girasoli
fecondando di coppe le fontane
e il sudore sacro dei contadini
che lanciano preghiere alle zolle nei campi
tiene nel petto il tempo amico
in cui le piante divine
sanguineranno d’uva come il torchio.

Ero io il cavallo
Ero io il cavallo
lungo crinali trafitti dal sole
con zoccoli rotti al chiarore delle baie
schiumando la polvere
nelle notti senza sonno.

Ero io il cavallo
scolpito come argento
nel dolore che spacca i fiati
quando il tramonto
taglia derive con la chiglia
nel sole che cade pedestre.

Io ero il cavallo
inquieto e puro
sotto le volte delle grotte
dove pulsa il sangue delle montagne.

Eppure
tutto mi perde il silenzio,
il disdoro dei silenzi che scorrono muti
come acqua nel tufo.

E il domani scorre in rovina
nella deriva dei bagnasciuga.

Fino a che dura il giorno dei tuoi occhi
Quando la poesia punterà le nocche
sugli affannosi legni della mia casa
io aprirò le imposte alla sua luce
per scoprire parole gentili
e avrò dita sulle mie dita
coi colori dell’azzurro
perché il chiarore dei tuoi occhi
sia lattigine di luna
nel mare che accorre roco
agli estuari spugnosi del cielo.

Occhi di velluto e porcellana
che il fuoco di forge divine
regala al pallore del mondo
come carati.

Fino a che dura il giorno dei tuoi occhi
non avrò cure per il dissolvimento
e uno scudo solerte monderà il capo
dai pensieri che sognano contese
nel pozzo del risentimento.

I fianchi
Da poco si è chiuso il giorno
dietro gli occhi umidi della finestra.
Io ti massaggio il fuso delle gambe
stupito dalle lucciole
sul loro profilo.

Da poco è spento il giorno
e nella carezza della lampada
io riposo sul cuscino del tuo cuore
che borbotta come il motore di un gozzo
venuto a capo del molo,
ai letti sfatti della marina.

Da poco dorme il giorno
e nella stanza
la mano spinta sulla curva dei tuoi fianchi
dondola come lampara appesa
agli ultimi rintocchi della baia.

Idea di salvezza
Arrivare in fondo al sentiero
adagio
e scoprirsi d’un tratto
puro d’ogni male.

Il fuso che rotava roco
Il fuso che rotava roco
sul primato dell’asfalto a pelo
d’acqua volvendo le ali fittili
furore di fughe parallele
incrociava da opposti versanti.

Poi quasi venne a volo
nel silenzio ambrato della sera
quasi saltando il filo
della rarefatta dolenza
ove ogni cosa è greve
e conficca nella terra
il suo peso.

Per qualche istante
il timbro di un altro mondo
avvinse il parabrezza
e il quadro si nutrì d’eterno.

La luminescenza supponente
che in fondo alla pianura si irradiava
a calotta tra le colline
giaceva formidabile compagna
all’epifania dell’universo
e pareva trar frutto
dal pozzo numinoso della luna.
E il tutto si manifestò
col mutile batter d’ali
di un volo di rondini
che tagliò la seta della luce
con la lama del sogno.

Oppure cucì i lembi del sottosopra
unendo la trama terrestre
al tessuto tenue dell’infinito.

L’anima delle cose
Dormi. Il tuo volto di antilope
si stende sotto il peso delle ciglia
cadute a intingersi
nel lago fresco dei sogni.

Ora le memorie giocano sotto gli occhi
una danza amica, su trapezi temerari
che collegano le onde del ricordo
alla chiglia di un vascello corsaro
che cuce gli archi dell’acqua
a un tessuto impetuoso.

Dormi
ed hai volto scolpito nella bellezza
frutto di mani carezzevoli
che riconducono l’anima delle cose
alla maestosa nudità della terra
che composta
regala alberi e rocce,
acqua e rugiada,
vino spillato e pane di forno
senza chiedere nulla in cambio.

Lanterne brevi a mare
Nel riposo dei gabbiani
che fiancheggiano il cammino arrochito della nave
coi loro sogni lenti sul pelo dell’acqua
c’era uno squarcio di lucciole
vissute un solo istante
che dal mistero del mondo
urtava alle porte degli occhi.

Ogni creatura che vive
le numinose epifanie dei soli
nel condominio dell’universo
è eterna
e ogni ora che tinge di azzurro diverso
la coltre dei mari,
ogni volo che sottende di baruffe il divenire:
l’onda incallita che affronta
i moli del planisfero
è eterna figura di sé
davanti alle quinte
di un infinito costellato di preghiere.

Le dita dei piedi
Le dita dei tuoi piedi
sono pontili tesi verso il mare delle possibilità,
palizzata azzurra a difesa dei terrazzamenti
dove fiorisce il cappero a filari
e il rosmarino spuma la rugiada.

Nei dormiveglia
le dita dei tuoi piedi
sono drappelli di armigeri
a guardia delle murate,

flottiglia di anatre allo stagno,
trionfo di fiori acquatici
nella dispensa dei petali.

Le dita dei tuoi piedi sono monìli
inanellati al calco che preme
i fili d’erba e di sabbia
nei guanti del sandalo.

Le dita dei tuoi piedi sono dolci
offerti al desiderio dei bimbi,
gradini alla sommità dei dossi
smerigliati dal vento.

Le mie preci frequenti
Il sole stende sul mare il suo seme dorato
proteso nell’azzurro con merletti sul lenzuolo
di boe come gemme
e ricami nell’acqua dei bastimenti.

A coppie, a gruppi gli uomini guadagnano i lidi
con il gusto compreso di apparecchi delle mense.

Ancora poco tempo
e in questo lembo del mondo
cadrà la notte
supponente nei suoi abbracci
scolpiti come lesene di tempio greco
a sorreggere le attese del nuovo giorno.

Io prego un poco le mie preci frequenti
affinché cali sul tuo capo odore d’incenso,
la grazia di un tempo quieto
nella brezza dei sogni infantili.

Ancora poco tempo e sarà notte
senz’altra voce che le litanìe del mare
che affonda lento il ventre della terra
nei respiri fluenti
tra le danze sottili
delle semine dei pescatori.

Le ore della notte
Bruciano le ore della notte allo stoppino del tempo
e una plenitudine corposa
veglia sulle mura di pomice
della città vecchia
innalzata ai canali del firmamento.

La stanchezza abbraccia la valle con liquido mare
che tutto chiama a sé.

Nella casa una nostalgia severa
trasalisce con raggruppo di fiori
dalle strettoie dei vasi.

Gli alberi dormono in piedi
come animali pazienti
filari di gemme preziose
come rosari
sui fianchi della montagna.

Spesso la vita si schiude a sorpresa
dalle siepi più stranite
con squarci che superano le aurore della mente.

E allora dalla terra nuda
s’alza un frumento glabro
che gli uomini stacciano alle reste
per farne pane sacro
alla mensa di Dio.

Marezzo di ponente
La speranza del ritorno muta in reliquie
le preghiere dei marinai
e le donne adornano i tramonti
con le perle dei rosari
a salvaguardia delle notti
percosse dal marezzo di ponente.

Morte della madre di un amico
Torneremo sui volteggi della strada antica
la strada dove sei nato
dal fiore umile di forra
che tra composte preghiere di donne
ha piegato il suo stelo.

Da soli,
come amici,
in silenzio,
scenderemo le curve tra i tigli
per ascoltare il tempo che scuote i rami
tra le colline
il tempo che fu suo
intriso di legna bruciata
e vino nuovo.

Nel 1972
A Vittorio Bercioux

Ne ho visti di giovani perire
in questa guerra che matura inferni
di apatia sui marciapiedi
e accampa nelle fosse i suoi sudari.

Ma tutti fummo vecchi in capo agli anni
perché mancò l’oro del cuore
nei nostri discorsi
benché il coro fosse lungo a sentirsi
fino alle colline di Posillipo.

Cercammo amore nelle parole sparate dai megafoni
con strepito di pugni sopra le teste
e avere un sol nemico ai nostri giorni
non ci giovò.

Chi oggi non ha scrupoli
a rammendare l’anima di strappi
non meritò di appartenere al sogno
e nelle file degli eserciti giocondi
già allora non c’era.

Nel piombo dei mari
Una nave trascina sartìe
nel piombo della sera.
Lontano il mare a pavimento
puntina boe.

Sulle cime dei monti – dove volevo condurti –
calano i sogni liquidi dei bimbi.

Nell’aria gemono i gabbiani
sgomenti delle spire della notte.

Così il tuo nome sorge nelle tempie
e stringe l’anima in una morsa.

Ora che le somiglio
Affonda
le radici
la montagna
nel frutto suo maturo
ora che le somiglio
stasera.

Pescatori
È l’ora nelle anse della notte
che la marea tracima gli sforzi
di chi ha vegliato i pascoli dell’acqua
tramando il moto ondoso
coi logaritmi dei piombi.

Non c’è volo, né richiamo
ai confini del sonno
né ripiegano ancora le stelle
nel guscio dei cieli.

Solo il silenzio serra il mondo.

È l’ora che rallarga
le fosse del tempo
accogliendo le carezze dell’uomo
nel grembo del mare.

Ed è una deriva
un liquido svanire
nella felina coltre dell’universo
che chiama ai sipari dell’ombra
ogni asfittica vita.

Quel che desidero
Ora aspetto i cieli della sera
le anse stellate tra le pieghe dei monti
le brume alla pineta
le albe.

Aspetto pensieri soggiogati dalle maree
sonni sepolti come suoni

nel pianto acquietato dei bimbi.

Aspetto sorrisi di muse come augurio,
la voce di chi nel nostro mondo si specchia
e si ritrova
su laghi trafitti dal tempo.

Su tutto questo il silenzio
interrotto a volta a volta
dal tuo respiro.

Senza essere invitata
Alla finestra sul campo
ho visto aurore come incantesimi
tese d’acqua, con schizzi di luce
aperti come ghirlande sui miracoli del mondo.
Erano fasci che correvano veloci al cuore
dai sipari schiusi dell’Olimpo.

Ho visto crepuscoli dorati come melassa,
zucchero cotto che colma d’ambra la pianura
colando da un sole schiantato
e l’acquieta.

Così la tenerezza ha fatto ingresso in silenzio
nella mia casa
come farfalla venuta di notte
a volare sul mio lume
senza essere invitata.

Settembre
Nella intercapedine dei giorni
che annunciano mattanze dell’estate
– il tempo strenuo dei cieli tersi,
le prime brine d’autunno,
i guizzi dei temporali,
le albe che avanzano sulle apnee dei monti -

nel segno di abbracci che sospendono il fiato
nacque il fiore spaurito del nostro incontro
che l’amorevole cura di un angelo
volle adulto in capo a un anno.

Ora sul verde stelo germogliano gemme
che è meglio proteggere dalle gelate.

Quando sarà frutto
avrà il profumo dei granili,
il torpore dei giacigli,
l’aroma della paglia a covoni.

Sarà figlio delle fughe negli archivi
o della spuma delle maree
nei letti di trifoglio custoditi
dai profili delle montagne.

Venendo al mondo
Venendo al mondo
dai contrafforti del sonno
avevo l’abbraccio di una donna
nei seni della memoria
e il sapore sorgivo della sua bocca
come schiuma di scoglio.

Il suo sorriso complice
maturo d’intese
si è assiepato nella stanza
e dalla cruna degli occhi
effonde conforti come plasma.

 

Claudio d’Aquino