Pablo Visconti – PAROLE DAL DISAMORE

Pubblicato il: Autore: admin

paroleParole dal disamore,
poesie di Pablo Visconti
Prefazione di Vittorio Russo.

“Disamore” è lemma prezioso, di autorevole ascendenza letteraria e di intensa carica semantica: il “disamore” (come si può leggere sul “Battaglia”) è il rovescio dell’”amore”, è “mancanza di amore” verso una persona o qualcosa “che dovrebbe essere (o che fu) cara”, sino al punto di poter connotare “indifferenza”, “apatia”, se non addirittura “avversione” “per l’intera esistenza”.
Ma, implicitamente e suggestivamente, il termine reca in sé anche il significato del tramutarsi dell’ “amore” nella sua negazione.
“Disamore” compare più volte nel lessico poetico di Pablo Visconti e offre, mi sembra, una chiave di accesso sicura al fondo più significativo della sua ispirazione e della sua scrittura…

…Sono i “voraci vermi del disamore” , è la “voce di muschio del disamore” scuro a trasfigurare i luoghi e i paesaggi dove si vive… (…) e anche la roccia di tufo appare come un “collo butterato” …

… bagliori di dolcezza e di pacata tregua sembrano a tratti spezzare l’assedio del dolore, ma non sono che nostalgia e anelito immaginario di una condizione o di situazioni impossibili o irrealizzabili. …

… un verso lungo, disteso, dove finalmente riposa la voglia repressa di comunicare e di amare, ma un verso percorso da metafore contratte, implosive (“i vicoli ossuti”, “l’osso febbrile dell’inverno”, “l’onda increspata della luna”, …

… Dieci anni fa, in un Convegno (1988) di studi su “ La poesia a Napoli tra il 1940 e il 1987” , svolsi una relazione su “L’ultima generazione e i ‘clandestini’ ( e semiclandestini) transgenerazionali” , occupandomi tra l’altro di alcuni giovani poeti napoletani del tutto sconosciuti, e dunque “clandestini”, perché assolutamente inediti.
Tra questi segnalai con particolare rilievo Pablo Visconti. …
Vittorio Russo

Pablo Visconti è nato nel 1952 a Napoli dove vive e lavora.

 

E’ breve la stagione

E’ breve la stagione, la cernita croma degli agrumi,
dei segnali che aprono convenzionati sul colore loro,
consumata d’incanto sul piano frastagliato di pulsanti;
è breve la stagione, miriadata dalla consolle inossidabile lucida ellisse per mancanza di varchi, per coatta chiusura:
dove misura la carta la sua durata, la carta-stampa,
la cartastraccia dei suoi risvolti, dalla sua fragilità;
è sonora la breve stagione, è traversa: tra verso e verso
sulla stessa strada\ diagonale, andata per un attimo di là,
al giorno là, che la scafandra in un’afa enorme: fuori della norma?
È una rete la breve stagione, sopra la griglia o forse sotto:
sarei voluto nascere qui dove sono nato, dove adesso sono,
tra fili e bossoli, intransitivo come un verbo o un verso,
tra valvole e uranio nel montaggio, tra denti di ruote,
tra informazioni in scelta, tra\sformazioni in apprensione;
è andante la breve stagione, mi rincresce o mi cresce un neo sotto il naso, sotto il verso passa di tutto:

una mascella d’asino andata a male

un figlio del Sole

un astuto cavallo di legno

piramidi d’oro

alberi del pane

specchi traversi

esperti telai

un rogo nel Campo

fogli a chiocciola

un pezzo di bue appeso al gancio

fiorirame

stelidipiombo

sarei voluto nascere qui dove adesso sono: nella breve stagione.

1978

Drizza la vela alla lacrima nel golfo

Drizza la vela alla lacrima nel golfo
dal tufo occhieggiano guardinghi i vecchi animali
scampa alla pania degli affetti, scorticato il cuore,
cosa lasceremo di questa terra gialla e umida
a tutti i nostri figli: come un ronzio di cuffie sole.
Risplende ancora allo specchio delle ginestre là lontano
sui fianchi pazienti del vulcano
nell’aria immota del pomeriggio d’estate
gli occhi all’ancora stupiscono.

Vorrei domandarti chi sono

Vorrei domandarti chi sono
perché lo specchio mi riflette facce su facce,
una folla di silicio con spezzoni di bava al punto fermo,
un ricordo paffuto di guance e una ruga profonda,
vorrei avere paura del tuo conforto
dei petali luminosi della festa,
di questo lurido golfo che annega.

 

E scrivo lettere ai morti

E scrivo lettere ai morti, agli scomparsi per via,
ai compagni di strada,
da queste antiche fenditure delle strade, da questi grumi gialli,
per i pugni chiusi nelle tasche, per le voci robuste,
per il profumo lieve dei capelli, per il sapore delle labbra.

 

Sono parole accucciate queste

Sono parole accucciate queste
che ormai ci somigliano come sorelle,
che non ci squarciano mai il petto,
per un amore del sangue antico e accomodante,
sono brandelli domestici del cuore, del ferro da stiro,
dell’abbraccio fugace, della strada di casa.

 

Scaturisce dai tubi anche la vela

Scaturisce dai tubi anche la vela
e i diseredati non vanno a votare le domeniche di giugno
restano incantati a guardare il mare,
a ciondolare il cuore
cominciano da zero a rotolare
e scaturisce dai tubi la dolcezza
con sguardi obliqui e gesti ricopiati
hanno un fervore gli occhi che li fa liquidi
come a sfuggire, come a fuggire non sanno dove
e le domeniche hanno una striscia grigia
che sale dal mare.

 

Cosa dispera nelle orbite

Cosa dispera nelle orbite la colonia azzurrina dei vermi,
la tua mano lontana, amico, i tuoi denti gelidi di marmo,
dove non c’è affetto, la grossezza avventurosa dei cristalli,
io ho conosciuto l’accelerazione delle fredde stelle
quando la mercedes nera è andata via, sognavamo.
L’architettura afasica dei tubi, le macchinette gorgoglianti,
qualche rara ala candida, un volo arrischiato,
solo ho consumato l’attrito, il tempo vuoto dei muscoli.
Tu non potevi sentirmi avvoltolato nelle bianche ossa,
io scorro questi giorni, sono la tua assenza
e intravedo lontano i cubicoli, le grigie forre,
l’ansia senza ritegno dei corpi usurati.
Ormai i guardiani hanno chiuso i cancelli,
stridono le chiocciole la loro breve e silenziosa vita.
( a Bruno Tramontano )

Parole dal disamore,
poesie di Pablo Visconti

Edizioni Intra Moenia 1997

Prezzo Euro 5.00

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“La poesia di Pablo Visconti”
Con parole ed immagini essenziali l’autore napoletano ritrae tutto il suo mondo interiore

di Fulvio Tuccillo

Già nel 1988 Vittorio Russo segnalava tra i poeti “clandestini” napoletani (clandestini perché quasi del tutto sconosciuti) Pablo Visconti, che poi nel corso degli anni ci ha dato due notevoli raccolte di poesie : Parole dal disamore e Monodia, pubblicate rispettivamente nel 1997 e nel 2001 da “Intra Moenia”. Visconti non è autore che ama il lirismo fine a se stesso, la rarefazione e la levità della parola poetica, il sottile gioco delle immagini e delle metafore; istintivamente predilige parole ed immagini essenziali e di esse si avvale per ritrarre con forza quei frammenti di realtà in cui prende forma e vita il suo mondo interiore: Lo stesso sperimentalismo della sua poesia – se di sperimentalismo si può parlare – non è mai fine a se stesso : nodo centrale sembra esserne soprattutto la conflittuale rifrazione nei suoi versi dell’io narrante. Ma, proprio quando l’autore sembra farsi più impietoso e non volere accordare nessuna via di fuga né a se stesso né al lettore, proprio quando più violenti e tesi sembrano farsi i suoi versi, allora da essi si sprigiona il dono della poesia, la sua virtù redentrice. E’ insomma da questo mondo sconvolto, dall’inevitabile collisione dei piani temporali e degli orizzonti di coscienza, dal “cuore scorticato” che scaturisce l’intensità di questa scrittura :

“…dal tufo occhieggiano guardinghi i vecchi animali/scampa alla pania degli affetti, scorticato il cuore,/cosa lasceremo di questa terra gialla e umida/a tutti i nostri

Figli : come un ronzio di cuffie sole:/Risplende ancora allo specchio delle ginestre là lontano/sui fianchi pazienti del vulcano/nell’aria immota del pomeriggio d’estate/gli occhi all’ancora stupiscono”. Lo sguardo che all’”ancora” stupisce ricorda tanto il mai più leopardiano, la leopardiana consapevolezza che una cosa o una persona possono non essere mai più, che oltre il confine dell’essere c’è il nulla e quella che per noi mortali ne è la prima e più comune manifestazione.

Visconti è poeta per tante cose moderno, cui non sono affatto estranee esperienze fondamentali della poesia moderna ( da Celan a Blok, forse alla Cvetaeva), ma per tante altre invece “antico”, antico soprattutto perché ha un senso profondo e connaturato dell’essenzialità della parola poetica, dell’ineluttabilità della sua fenomenologia. Così risultano estranee ai suoi versi certe nebulosità tipiche della poesia più recente. E spesso in essi lo strazio della mancanza si fa angoscia e desiderio, con un’intensità ed un’espressività che è raro trovare altrove, come nella bellissima Vedi, somigliano ai rami forti dei gerani le tue mani. La stessa rimarcata fisicità delle presenze e degli oggetti (qui ed altrove) non è “straniamento” dall’interiorità e nemmeno tentativo di costituire una trama di significanti simbolici, ma drammatica, intensa manifestazione di amore:”io vorrei conoscerti ancora e stringerti di più la mano/e portarti domenica che viene con me a guardare il mare/dalla collina di San Martino/…e vado chiedendo alle strade,ai giardini,/ai treni in disuso ai forni ormai murati,/a quel sapore antico del pane,della scarola,/vado contando i ciottoli, i numeri civici,/cerco la tua origine in queste terre violate/da ottusi masnadieri e avidi idioti”. Il corrispettivo di questa intensità è invece la coscienza di poter essere “come la polvere, il molare guasto inutile, il secondo già trascorso”. E forse proprio per questo la poesia di Visconti sembra voler conoscere e fissare e dire soprattutto il presente, oppure un passato che per un attimo diviene presente,con un breve intenso sguardo nutrito di vita e morte,

amore e disperazione, tenerezza e disillusione, che è poi il segno dell’autenticità di una vocazione quasi sorprendente in tempi di minimalismo, di infinita e gratuita proliferazione degli universi virtuali.
Da “ALBATROS” numero di Gennaio 2005