Lamberto Sabatini

Pubblicato il: Autore: admin

LAMBERTO SABATINI
è di origine marsicana, di uno dei paesi della conca del Fucino, ma vive a Roma dal ‘56 come un personaggio pasoliniano.

Ha pubblicato Pietre bianche e pietre nere, RSB, Roma 1989; Suddania Firenze-Libri1991;Via della ruggine della lampadina -P.Manni 1997.

Si pubblicano qui di seguito alcuni testi poetici inediti e recenti:

Anulare

Anabasi lungo la tormentata curva
per chi soffre i metri quadri
delle ore di punta, si
ferma la velocità si trucca il tempo
vince chi corre per l’ipertrofia d’un luogo
al sogno dove balla un lusso,
perde soltanto il fesso.

E gridano vendette d’ingiustizie subite
ma parlano da soli
come chi per gridare canta
come chi per troppa folla la partita
non la vede e se l’inventa,
e canta canta.

L’anello d’un giro tondo romano
esala gli stupori della produzione,
verso o converso passi o ripassi
sei nel racconto della terza corsia
con tutto il suo sommerso
sei nel feed-back della tua fobia
e vai dove non la trovi mai
ma lo sai che c’è.

C’è la corsia degli egri e dei fregacci
dove tralignano ubbie ed ambasce
e dove si rincorrono in falsetto
i ritornelli di tutti li mortacci
e dove i patemi fanno solecchio,
ma non è una via è un secchio
dove si vanta
l’anima segreta della gente
della coda del serpente
a migliaia d’essere lì.

Guarda quante macchine nuove
sono a soffrire
il male vecchio della civiltà,
quanta falsa anacoluta felicità:
han facce umane e naso camuso
le ridanciane scocche di questa città

e quindi il cerchio è chiuso…

Via dell’ombra

La raggiera che fora i sambuchi
e lascia teneramente fracica
la striscia estiva d’anice all’asfalto,
la chiami Ardeatina di menta
se l’ombra del fogliame corre al coma
balugianando sotto le ruote
la vena dei suoi ricami molli
verso le Fosse
ed i pensieri fusi di Manzù
stann’ai cancelli..
se un tuffo di qualcosa appena
l’uomo del caso che ci passa
ed una fresca fuga ch’odora di ruchetta
lo riposa
immilla ed allontana..
o venticello, venticello de Roma…


Il saltatore

Il saltatore era leggero
a lampo soffice a lingua d’uccello.
Il passo forbice faceva volare
fiorire vallo e lieve discesa.
Più su andava Pegaso cavallo
più ritornava con una scusa
che lo rendeva sempre men vero…
io saltatore era leggero.

Depositi
Alla fuga di cirri
una scultura biliottata
non trova la mano
che la formatta
e prepara la frana.
Da noi
una luce buona
perdona
i mondi consumati;
occhi segreti
cercano i vicoli ciechi,
viaggi finiti a mucchi
sui cascami.
Bruciato di ruggine
il ferro fa dire
che tutta manca,
vogliosa di smalti
quell’aria
che multa la fine;
un mondo vergine si stima
a nuove fusioni,
lucenti colate
di vecchie malattie.

Paradisi di spose

Lire mille,
al giudizio di Verdi
un sole da sfascio
vivo ti smangia
di ghisa e d’alpacca
ti fa d’acqua,
la lingua
una vena salata.
Coi suoi cani rognosi
la ruggine
sfratta gli occhi,
a scaglie di smalto
assalta un’aria biancosa
un silenzio di miccia.
Uno che sono io
stà lì che frigge
a badare che niente
si sappia oggi
dello spirito fresco
di codesto Eldorado di seppie
né d’altro.

Giratari

In diaspora interminata
delfini alla città,
che se non siamo
per noi nessuno
vuol suonare trombe di giudizio.
Per ora
ci disperdiamo
al grigio degli esuberi,
immoliamo
al tempo degli scampoli,
cancellati al domani.
Ci richiameranno i buoni
vinti dal mercato
gl’antichi mandatari,
e noi carcerati liberi
ex discriminati,
torneremo improvvisi
dagl’angoli del tempo
a recitare da finta vita
la ferita dei rimpatriati
al prossimo inverno
dei rifiuti.
E le nostre bestemmie
da sole schiumeranno
le stagioni della strada,
diranno ancora
la verità tantalica
degli dei riciclati,
la nostra eterna
mai nata
età guarita
per giri usati.