Mariano Menna – LA GRANDE LEGGE

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Mariano Menna

LA GRANDE LEGGE

Poesie

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al funerale della fantasia

L’uomo ha infangato il suo nome col rosso
di troppi simili, senza il permesso,
senza il diritto di umiliare la vita,
senza pietà di soffocare le grida.
Mani lontane dal bene, sparito:
dalle ferite è stato sostituito;
dopo l’inferno, col tempo, è tornato,
ma il ricordo delle fiamme non è stato scordato.

La vita è bella come i sogni che divengon realtà,
ma in quei giorni la retorica perse ogni valore:
le lacrime di uomini ormai uccisi dal dolore
invertivano la metafora, cercando libertà.
Realtà cercata invano in sogni ormai sfocati,
col tempo, da troppi incubi furon sostituiti.
La troppa rassegnazione uccise la fantasia,
coi sopravvissuti non tornò mai l’allegria

 

La grande legge

Morale: tutti ipocriti e santoni ad elevarla,
ignari che per coerenza dovrebbero seguirla!
Non serve ai puritani predicar la castità,
se poi seguono i letti e non la propria fedeltà.
Il bello non è in mano a una scelta soggettiva:
a chi importa se una dea sia diabolica o cattiva?
Non riuscirai a sfuggire a un sorriso mascherato,
di quella strega ogni peccato sarà assecondato.

A chi si oppone al sacrificio per la fama eterna
e allontana l’arte dal mondo dopo l’ultimo respiro,
rispondo che il suo fine vivrà proprio nel seguace:
l’arte dà insegnamenti e fa riflettere, senza voce.
Se pensi che la vita sia il tuo bene più prezioso,
regalalo alla morte come il dono più oneroso.
Il tempo passa svelto e non rispetta le stagioni;
immortalati nei versi di sempre giovani canzoni.

La greca perfezione non andrebbe mai scordata:
è quella la grande legge che purtroppo si è perduta,
perché la vita manca di un’infinita perfezione
e dovremmo indirizzarci a una perfetta conclusione.
Non torneranno indietro gli anni verdi esistenziali,
ma l’arte sempre risplende nei nomi dei mortali.
Beato chi passò la vita a scriver la sua fama:
son secoli di pagine il suo libro e la sua brama.

Un sognatore

Suono per le strade e sotto i ponti quando piove:
il freddo non lo avverti quando il cuore è pura neve;
dei tanti sacrifici e dei miei sogni cosa resta?
Un goffo menestrello e troppe idee nella sua testa.
La musica trasporta l’uomo in un altro mondo,
lo eleva alle vette e poi lo butta nel profondo,
chi disse “tu hai la stoffa” e poi sparì senza ritegno
adesso venga qui che lo ringrazio per l’impegno.

Un sognatore stupido che prova compassione
per le valigette nere degli schiavi del padrone,
che vende e poi ricompra tutto il mondo in un secondo,
che ha case e grandi macchine, ma per me vive a stento
perché non ha più il tempo di cantare a squarciagola,
perché non ha più il tempo per amare una persona.
Ha solo il giusto tempo per contare i suoi guadagni,
tempo che impiegherei per bere con i miei compagni.

I soldi li guadagno grazie a questo vecchio legno
di una chitarra classica, che addosso porta il segno
delle ore che un bambino colorava con le note,
di mille e più canzoni e di parole mai svanite.
Le dita consumate come se fossi un santo,
che porta le ferite, le sue stimmate nel vento,
di una Parigi povera, nascosta dalla torre,
di un mondo che cammina ed io osservo con sgomento.