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Il
percorso di Lim si caratterizza in modo particolarmente
sfaccettato e polivalente in una interagenza tra le tracce
del mondo occidentale telematico e informatizzato e i
reperti visivi di spazi orientali. La sua ricerca si pone in
alternativa sia rispetto alla rigidità e perentorietà
delle esperienze processuali, che ai mezzi
artistico-estetici largamente smaterializzati delle aree
neoconcettuali, operando su un piano di flessibilità e
condivisibilità verso le dinamiche del reale.
Mentre l’“arte impegnata” racconta la Storia e
filosofeggia sull’etica, Lim favoleggia di Buddha,
guardiani di templi, di parole mute che non esprimono altro
se non la loro naturalità vertiginosa, al limite della
espressione semantica, o la loro pagana riproposizione.
Che cosa l’artista cino-malese narra veramente lo si
capisce dalla ambivalenza con cui traccia scritte rovesciate
senza comunicare un pensiero organico: dal fatto che le
nostre fantasie di associazioni sono suggerite, più che da
discorsi strutturati, da motti brevi e sibillini. Si tratta
di frasi prelevate dalle fucine mediatiche (giornali,
insegne, ecc.), spesso accostate o sovrapposte a
raffigurazioni di divinità buddiste, macchine belliche e
figure orientali. Sono frasi che marcano una ambiguità
semantica, votate al limite di un doppio contestuale.
La dimensione comunicativa dei media implica spesso un voler
rapidamente transitare verso ciò che è utile e funziona,
impedisce di indugiare, porta a vedere l’intera esistenza
come un frettoloso presente sotto l’assillo del bisogno e
dell’efficienza. L’immagine-gesto di Lim invece è
indugiante, intransitivo, porta a godere del segno e del
rimando, ad accogliere i confini del paradosso e
dell’ironia.
Nelle opere Parole, spesso, una figura maschile
disegnata su pannelli neri, compie alcuni gesti delle mani
seguendo quei movimenti codificati dal linguaggio gestuale
dei sordomuti. Qui il significante diviene un puro suono,
una pura traccia grafica che continua a sfuggire, ovvero che
non è riferibile a una logica dell’informazione e si
limita a supporre una serie di possibilità associative.
Tutta la struttura si basa su un gioco di rapporti e
sovrapposizioni di significante e contenuto, tra scritte
rovesciate scavate nel gesso e il contesto
allusivo-descrittivo dell’immagine di fondo.
Lim elimina il riferimento diretto al connotato intuitivo,
il rispecchiamento, di una disposizione della mente e
dell’anima, ad una equazione formale. Predilige una
allusione che va oltre l’opera, ma da cui l’opera
dipende e in questo suo dipendere si descrive.
L’artista Lim “ci illumina” affermando che “guardare
con gli occhi della mente porta alla cecità”. Per cui ciò
che è dato vedere dipende anche da come lo si guarda.
Le presenze si pongono al di là di ogni sistemazione logica
e interpretazione analitica. Giacché il gesto, la risposta
apparentemente insensata può offrire al fruitore
quell’“illuminazione Zen” attraverso cui ritenere che
tutte le nostre costrizioni intellettuali falliscono nel
tentativo di afferrare la realtà ultima delle cose, e che
questa può essere raggiunta solo con un’improvvisa e
imprevedibile intuizione.
Altre recenti mostre:
Roma: PIOMONTI ARTE CONTEMPORANEA
Spoleto: Henri Matisse e H.H.Lim
Roma: Fondazione
Pastificio Cerere
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