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La
galleria “AREA24”continua
la presentazione di artisti di fama internazionale, dopo: NOBUYOSHI
ARAKI, SAM FRANCIS, LEETA HARDING, Ladislas
Kijno, RAY JOHNSON, GIOVANNI
MANFREDINI, HARDING MEYER, MAX NEUMANN, DENNIS OPPENHEIM,
VETTOR PISANI, JOE TILSON e BERND ZIMMER, Michele
Zaza nasce a Molfetta (Puglia) il 7 novembre 1948. Dopo aver frequentato
l'istituto di Belle Arti di Bari, si trasferisce a Milano per seguire il
corso di scultura di Marino Marini all'Accademia di Brera. Le
sue prime mostre hanno luogo a Milano presso la galleria Diagramma
(“cristologia” nel 1972 e “naufragio euforico” nel 1974) e a
Bari presso la galleria Bonomo (“dissidenza ignota” 1973), a Brescia
alla galleria Minini e a Napoli da Lucio Amelio. Zaza
ha esposto a Parigi (galleria Yvon Lambert), Zurigo (galleria Annemarie
Verna), Monaco (galleria Tanit). Ha partecipato alle Documenta 6 e 7 di
Kassel. Nel
Michele Zaza 27th
OCTOBER – 20th DECEMBER 2005 Area
24 continues with the presentation of internationally renowned artists.
Following on from NOBUYOSHI ARAKI, SAM FRANCIS, LEETA HARDING, LADISLAS
KIJNO, RAY JOHNSON, GIOVANNI MANFREDINI, HARDING MEYER, MAX NEUMANN,
DENNIS OPPENHEIM, VETTOR PISANI, JOE TILSON and BERND ZIMMER, on the 27th
October at 7pm the gallery opens a one-man show dedicated to MICHELE
ZAZA. Michele
Zaza was born in Molfetta (Puglia) on 7th November 1948.
After having attended the Institute of Fine Arts in Bari, he moved to
Milan to study sculpture with Marino Marini at the Brera Accademy of
Fine Arts. His
first exhibitions took place in Milan at the Diagramma gallery
(“cristologia” in 1972 and “naufragio euforico” in 1974), in
Bari at the Bonomo gallery (“dissidenza ignota” 1973), in Brescia at
the Minini gallery and in Naples at Lucio Amelio. In
1976, with the cycle of work entitled “anamnesi”, he invites the
spectator into a magical world where the figures seem to fly – as if
in a dream – amongst pieces of bread. The artist opens a celestial
aerial space which evokes the mysteriousness of the universe – a space
of rediscovered freedom. Towards
the end of the 1970’s Zaza’s works invert the relationship between
the high and the low, the pavement and the stars, freeing objects from
the gravity of the “normal” world and from their utilitarian
function: “The bread”, says Zaza, “lost its nutritional value in
order to become a creative element.” Michele
Zaza’s utopia does not look to the future, as happened with the
historical avant-gardes; it does not seek to break with the past, but
aims instead to re-form ties with the origin, to rediscover the poetic
and mythical dimension of man. In
the 1980’s and 1990’s his works collide with real space; the wooden
sculptures are placed outside the photographic space. Photography and
sculpture strengthen one another in turn. The space becomes a sacred
place, referring metaphorically to the structure of the universe, to the
earth, and simultaneously to the heavens. Zaza
has exhibited in Paris (the Yvon Lambert gallery), Zurich (the Annemarie
Verna gallery) and Munich (Tanit gallery). He took part in Documenta 6
and 7 at Kassel. In The
pieces to be shown in Naples reinstate, in an atmosphere charged with
symbols, the figure of a supreme body open to relationships and
interaction with a magical and secretive scenery; a body transfigured by
the artist through the application of blue face-paint, and guarded by
mysterious forms, sculptural and archetypal presences, or by everyday
objects (hunks of bread and cotton wool or a pillow). “The
cycle of work entitled ‘corpo segreto’ – based on a thinking that
looks towards the modification of man – reconstructs a situation in
which it is possible to invent an adult condition of paradise. A
hypothesis of centrality/unity/totality which allows for the conception
of a cosmography in which the conscience becomes the conductor of an
ideal transfiguration of the world starting with its anthropological
foundation. The humanizing of nature and the naturalizing of man
penetrate into one another until a glorified and idealized humanity
results.” (Michele Zaza) AREA 24 ART GALLERY Michele Zaza: Vita, Arte e Mediterraneo. Nella vita di un artista come Michele Zaza, i fenomeni, visuali ,gli episodi avvolgenti, le storie reali, le scelte volontarie e involontarie, i sussulti interni ed esterni sembrano inscritti nel grande libro della verità, legata alla formazione di una coscienza professionale, (politecnica,e polivalente), sempre pronta a restituire alla natura il senso delle cose ad essa sottratto dai colori e dalla invisibile geometria del pensiero .Pertanto l’artista avverte sempre più il desiderio e l’attrazione dei sentimenti e della concettualità delle figure simboliche. Questa grande duttilità di scrittura e di pensiero dono all’oggetto preziosità e mistero, al punto che riesce a rivelare una parte “ ignota a se stessa “ e indimenticabile perfino ai posteri. Michele Zaza, quindi, chiede alla trasparenza il massimo della purezza, il candore della neve, la luce bianca del colore, kandynskjano, empireo e contemporaneamente plastico, al “ nero “ il massimo assorbimento della stessa luce, che in termini caravaggeschi rimanda alla più radicale e totale situazione di “nigredo”. Questi sono , in sintesi, le situazioni, le condizioni e i passaggi delle icone e delle materie che prestano alla pittura e all’arte le “ figure” della vita e della realtà. Queste, o più o meno queste, sono le motivazioni poetiche che rimandano alle posizioni di disagio o di “ benessere” che possono condurre “verso l’arte”. E i percorsi, come pure i materiali della ricerca e della produzione di Michele Zaza conducono, ormai da anni, ad un raffinamento stilistico ed esistenziale individuabile nei ritratti e nelle modificazioni , spirituali e materiali dei “quadri e delle sculture”. Infatti i “ritratti” di interni tentano di sfuggire all’indagine altrui e riescono , poi, a fissare un quid di umano e di altamente sublime, tanto che si invoca per loro l’entelechia che è un termine della lingua e della cultura antica greca, che ribadisce l’idea per la quale alcuni artisti riescono ad accogliere e a rendere perenne i tratti del personaggio ripreso, come se questi riuscisse a svelarne una parte “ignota a se stesso” e a renderne indimenticabile la fisionomia per il principio per cui “solum quod latet, patet “solo ciò che si nasconde, si svela”, che è l’atto di nascita, il simbolo del ghenos, della creazione. E, nonostante ci fosse un primo, graduale radicamento dell’astrattismo, della corrente suprematista e del nuovo interesse per i percorsi della moderna filosofia, Michele Zaza, fin dalla sua prima apparizione nel mondo dell’arte,si mostra personaggio picaresco e geniale raccoglitore di primizie e scopritore di oggetti preziosi, non nomade ma feroce scippatore di beni e generatore di paure, per cui si inaugurava un processo di impoverimento dei ruoli parentali e delle funzioni amicali. Per cui anche assenti erano privi di speranza e di desideri. Inoltre si sottraevano al reale codificato, tendendo all’astrazione per un possibile ritorno a porsi come fonte di rinnovamento. Usavano facilmente la fotografia come mezzo espressivo, per mezzo del quale Michele Zaza scrive che suo padre, sua madre e la sua stessa persona diventavano elementi d’indagine riandando a fotogrammi di un film di verifica introspettiva e esistenziale. Ma Michele Zaza non resiste a lungo in quegli “interni, domestici, corrosi e consumati dal tempo”, ricorrendo alla fotografia per ottenere problematiche dissolvenze, attraverso la profondità del chiaro–scuro e identici effetti nel pensiero dell’immaginario, vivacemente integrato. Nello stesso tempo in cui alla maturazione “teorica” si accompagnano esperienze culturali di grande spessore, si verificano anche risultati alquanto deludenti, Michele Zaza constata la fragilità di certe poetiche che perdono lungo la strada i cardini di una collocazione culturale affine al programma delle Avanguardie storiche, che non sembravano possedere quel carisma che invece non riusciva ad imporre alle masse irrequiete (“L’Avanguardia Impossibile”). D’altra parte, però, l’impossibilità non è ostruzione all’agire umano - come dice Goethe - né si presenta come confine invalicabile, per l’uomo, che progetta e crea nell’Universo, perché non è Dio il limite delle possibilità telluriche, ma divina è nell’uomo l’idea dell’eternità. Poi, come è avvenuto per la produzione interessante il superamento del “povero realismo” così è diventata caratteristica creativa la dimensione del “viaggio”, che ha spinto Michele Zaza ad affrontare non solo gli ostacoli del progetto continuamente ripensabile per le sue “mappe” di “viaggiatore” nell’ambito della speculazione filosofica, ma anche sperimentatore e realizzatore di opere felicemente accolte e conservate a Zurigo, New York, a Milano e a Londra e poi a Parigi, a Roma, a Kassel. A loro volta, i progetti realizzati sono sempre delle vere e proprie “iniziazioni ideative”, per i quali sono stati ideati e risultano fortemente coinvolgenti la sensibilità di tutti gli uomini amanti dell’arte e della bellezza che riflettono il pensiero costante e la bellezza della pittura, rivelazione della forma e rappresentazione del “visibile” e dell’ “invisibile” per cui non si individua mai cedimento dell’impianto concettuale nella sua produzione e nemmeno si rileva rischio di generare devianze interpretative, soprattutto per i lavori realizzati negli ultimi tempi. La lettura di tutti gli spartiti e di tutte le partiture poetiche, indefinitamente percorse dal sound della pittura espone spesso a merito di Zaza “l’immaginativa presenza dell’artista ad una vita quasi aerea, in un universo estraneo, ma realmente avvertibile” come è avvenuto nella mostra delle opere allestite nella galleria di Lucio Amelio, che non a caso ricorda da quella esposizione in poi il senso della “conquista maleviciana del nulla, praticabile oltre le aree offerte al pensiero del cosmo finalmente liberato”. Si avverte in questo modo la vitalità e la forza di ciò che pur essendo relativo diventa sempre rivelazione di forma conservando, invece, intatta l’idea generatrice che ci obbliga a fare i conti col visibile. Sono questi elementi fondamentali della operatività di Michele Zaza che diventano sempre più anello di congiunzione tra il tellurico e il celeste e tra l’astratto e il concreto. Si compie così il processo per il quale le raffigurazioni e la stessa organizzazione compositiva filtrano dalla sensibilità dell’artista alla emozione suscitata nei visitatori e negli esperti che affollano le gallerie e gli spazi museali dando la sensazione che finissime scansioni liturgiche stessero accompagnando il rito laico che si verifica sempre nel passaggio da una condizione all’altra, da un modo di essere non più codificabile. Anche gli elementi scultorei legati alle foto, introducono una visione di paesaggio che si coglie nei luoghi in cui all’oggetto in analisi si offre un progetto sicuro e sempre più espanso, ovvero con il possesso di caratteristiche che donano una sensibilità mediterranea e imprevedibili tracciati pagani e circuiti di corresponsabilità, esterna e interna, che suscita partecipazione e consensi al fare dell’artista, in posizione centrale ma in condizione di socievolezza e solidarietà, tra l’artista e il pubblico. Come lui stesso dice: “ il viaggiatore e lo specchio del anima”, per cui gli estremi del psichico e del fisico, dell’infinito e del finito, dell’eternità e dell’istante, del divino e dell’umano finiscono per richiamarsi con ciclica reciprocità, ora influenzandosi tra di loro, ora movendosi su camminamenti antitetici senza mai fondersi per davvero (come avviene nella successione dalla sensibilità “aptica” alla sensualità “tetica”). Bisogna infatti lasciare libero il pensiero che occupa lo spazio dello ascolto e del silenzio affinché colmino il vuoto del nulla. Ciò avviene proprio mentre Zaza sta compiendo una ricognizione nella sfera dei sentimenti e nella rivisitazione della propria interiorità, e mentre riscopre che è impossibile l’unità perfetta dei contrari, non solo opposti ma anche inconciliabili, avverte che è possibile invece, un rapporto di armonia e di bellezza. Se ne accorgono soprattutto i giovani che accorrono sempre volentieri e sempre interessati al nuovo linguaggio dell’artista e alla nuova vocazione delle immagini opposte tra di loro e impostando un dialogo evocatore di una storia definibile autobiografico e interattivo. LA galleria di Andrea Della Rossa, in via Ferrara,4, Napoli,tel. 0815539607, è, per così dire, la palestra del pensiero che progetta e della energia fisica che esegue. La mostra si
inaugura il 27 ottobre
ed e visitabile sino al 20 dicembre. Cataloghi, informazioni ed
ogni altro materiale informativo e iconografico può essere richiesto al
titolare della galleria. Recente
mostra personale: |
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area24
ART GALLERY
80143 Napoli – via Ferrara 4
(angolo Corso Novara a
300 mt dalla Stazione Centrale FS)
Tel. 081 0781060
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3382243466 - Fax
/ segreteria
telefonica
178 2231693
E-mail:
area24@adrart.it
Orario: dal martedì al venerdì ore 17.30 - 20.00