![]() NAPOLI - Scuderie di Palazzo Reale 19 dicembre 1998 - 19 febbraio 1999 a cura di Ela Caroli |
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ARTE IN GUERRA Sarajevo Witnesses of Existence " Fatevi un orecchio che possa sentire il rumore delle lacrime di chi vi è accanto" Antico proverbio arabo Se andate ora a Serajevo, passeggiando per le strade dove i militari di un esercito multicolore stanno a garantire la pace, guardate i vostri passi: potrete notare sul selciato delle chiazze rosse. Lì dove le terribili granate serbe hanno colpito, sono ancora in parte visibili le impronte rotonde, che i sarajeviti hanno dipinto di vernice scarlatta, come il sangue che la città ha versato, come lacrime gocciolate dallalto di un cielo di piombo. Se questi pezzi di pavimento urbano potessero essere chiusi in una galleria darte, potreste convincervi di essere di fronte ad un capolavoro. Land Art, environment art, o arte concettuale: in questi schizzi rossastri cè una valenza poetica collettiva, forte, paragonabile all "Urlo" di Munch, simbolo delle angosce del nostro secolo. Cè il ricordo delle stragi ma il ritorno alla vita, la voglia di risorgere ma di non dimenticare di un popolo offeso, cè un terribile memento allumanità intera, ma anche una dose di necessaria ironia che aiuta a guarire le ferite. Nella città capitale della repubblica di Bosnia-Erzegovina, adagiata nella valle del fiume Miljacka - il cui letto, come scrive Ivo Andric, è la spina dorsale della città il 2 maggio 1992 si chiusero tutte le vie di comunicazione con Iesterno. Lattacco sferrato dallesercito jugoslavo un mese prima, il 5 aprile, si era tradotto in assedio, il più lungo che la storia recente ricordi, durato fino al 26 febbraio del 1996: 260 carri armati, 120 mortai e altri pezzi dartiglieria furono dislocati sulle montagne intorno, ad accerchiare la città, in gran parte occupata. Laltra parte non conquistata fu tormentata dai bombardamenti, per una media di quattromila granate al giorno. Gli invasori serbi distrussero scuole, ospedali, chiese, luoghi di culto, musei, biblioteche, mercati, la stazione ferroviaria, Iufficio postale. Interruppero Ierogazione di acqua, luce e gas. I cimiteri si ingrandirono, affollati di nuove stele bianche, che come dice Nikola Kovac, sono i "guardiani della patria immemorabile delluomo, Iunico segno grazie al quale la natura indica alluomo la sua parte di eternità". Alla fine della guerra, dopo gli accordi di Dayton e la liberazione del distretto di Grbavica, ultimo della città ad essere restituito alla Bosnia-Erzegovina, i morti di Sarajevo furono 10.615, di cui 1.601 bambini, e i feriti piu di cinquantamila, molti dei quali sono rimasti invalidi. Si possono guardare dunque con occhi nuovi i monumenti di Sarajevo, quelli bombardati: testimonianze dellesistenza, documenti di unarte e di unarchitettura nella guerra che sopravvive a tutto, in una città trasformata per tre anni e mezzo in prigione ma dal cuore multietnico e multiculturale; in poche centinaia di metri quadri del centro storico coesistono infatti la cattedrale cattolica, la sinagoga, la moschea e la chiesa ortodossa. Cè il palazzo in stile moresco della Biblioteca Nazionale, Iantico municipio depoca austroungarica: il 25 agosto del 1992, a cento anni esatti dalla posa della prima pietra, oltre cinquanta bombe dei "cetnici" serbi distrussero il palazzo con i suoi libri, per cancellare i documenti di una cultura multietnica. Pagine bruciate di antichi manoscritti svolazzarono per ore, come cupi alianti, sopra la città, sopra la testa degli abitanti atterriti. Cè il grattacielo del quotidiano "Oslobodenje" (Liberazione) colpito nello stesso 1992 da proiettili incendiari e ridotto a un moncherino massacrato, dove la redazione della eroica testata ha continuato a lavorare sempre, stampando ogni giorno nella tipografia dei sotterranei-bunker del palazzo, e distribuendo in giro per la città le copie dei giornali. Ci sono i grattacieli gemelli di Marijin Dvor, i più alti della città, distrutti dal fuoco degli aggressori benché forniti di un moderno impianto antincendio, che però, per necessità di acqua, era stato svuotato dai cittadini. Cè Iinconfondibile cubo giallo dellHoliday Inn, costruito per le Olimpiadi invernali dell84 e diventato postazione dei giornalisti, inviati di guerra di testate e agenzie internazionali: Iunico albergo funzionante durante Iassedio fu comunque bombardato e molte camere distrutte e incendiate. Cè la fabbrica di birra, un reperto di archeologia industriale, costruita nel 1881 dal regime austroungarico proprio sopra un lago sotterraneo, da cui si ricavava Iacqua per la lavorazione della bevanda: lì durante Iassedio le cisterne dei pompieri e le taniche dei sarajeviti in fila potevano rifornirsi, e per questo costitui un inevitabile bersaglio per le bombe. Cè IObala Art Centar, fondato nel 1984, bombardato e incendiato nella notte tra il 9 e il 10 maggio 1992: la grande sala di quell "open space" dedicato allarte e alla multimedialità veniva usata da migliaia di sarajeviti come passaggio sicuro, attraverso le strade esposte al fuoco dei cecchini e delle granate. Del centro darte semidistrutto e stata utilizzata la sala del teatro come prima "galleria darte di guerra" in città, per chi voleva nonostante tutto continuare a creare, a fare arte, a vederla. II centro è rimasto sempre attivo nei giorni dellassedio, come un grande utero protettivo in cui gli artisti privati dei loro studi ridotti in macerie continuavano a produrre, confrontare i linguaggi, lavorare con i materiali nuovi ricavati a forza di volontà dalla distruzione, elaborare nuovi temi e soggetti artistici, creare insomma una nuova, potente e universale forma espressiva, basata sulla resistenza, così come quella degli intellettuali del "Circolo 99", poeti e scrittori di Sarajevo che hanno continuato a scrivere e a discutere, o come quella di chi trovava ancora la forza di intonare una struggente "sevdalinka", una canzone damore popolare, perchè da queste parti amano cantare. Resistenza agli effetti della guerra, cioè Iannientamento delle attività umane, soprattutto quelle prodotte dal pensiero e dal talento per provocare il caos, la morte, il buio delle coscienze. Del 1993 è questa testimonianza accorata dei responsabili del centro Obala: "La città è priva di elettricità, acqua, benzina, cibo e le temperature sono terribilmente basse. Non abbiamo più possibilità di prendere il libro che preferiamo alla Biblioteca Nazionale: è stata bruciata. La città senza le sale cinematografiche, gli attori senza le luci del palcoscenico, questa è la nostra realtà, Iapocalisse che ci è stata imposta. Oggi, dopo un anno di assedio, la sola salvezza per la salute mentale di tutti noi è il lavoro e la comunicazione con altri artisti. In questa direzione IObala Spazio Aperto con la sua galleria appena istituita ha iniziato un progetto chiamato Witnesses of Existence. Gli artisti sono stati invitati a dare il loro contributo al progetto e a confermare ancora una volta Iimmortale spirito delle arti. Perciò, nel momento del più violento scoppio di fascismo, abbiamo preso a lavorare a questo progetto che può servire a ricordare il lato positivo dellessere umano, Iaspetto civile e luminoso nel nome della vita in armonia e in pace." Quelloscurità che gravava ogni sera implacabile, nella città priva di tutto, poteva essere rischiarata solo dallinestinguibile volontà darte e di estetica, in una realtà spaventosamente desolata. Dallepoca di "Jugoslovenka Documenta 89" a Sarajevo non si era potuta vedere una grande esposizione darte che riflettesse le tendenze contemporanee dei linguaggi visivi in quellarea balcanica, dove le esperienze europee dellArte povera, della Transavanguardia, del neo-espressionismo e altre correnti erano state percorse e digerite in pochi anni. Poi le rovine e la morte hanno creato un genere nuovo di pratica artistica: Iarte della testimonianza, che affonda le sue radici nellattualità più cupa e nella memoria di un passato migliore. Nella terra martoriata e nei muri bersagliati dalle granate, nelle vampe dei fuochi cera da scoprire una nuova ragione di fare arte. E potrebbe sembrare paradossale, ma in un momento di crisi generale dellarte attuale, che coinvolge tutto il panorama della produzione artistica occidentale, proprio qui si afferma con prepotenza una forza espressiva che trae le sue origini dalla necessità, dalla volontà di esprimersi. Arte estrema? Arte necessaria? Arte della sopravvivenza? Si potrebbe trovare una qualsiasi etichetta, e coniare un nome per definire una tendenza, ma non lo faremo. Nei momenti più bui dellumanità spesso gli artisti hanno trovato nuove ragioni per esistere, per resistere. Allo scoppio del primo conflitto mondiale, artisti e intellettuali dogni parte dEuropa rifugiati nella Svizzera neutrale hanno dato vita al Dada, il movimento più trasgressivo di tutta la cultura del Novecento. Qui però gli artisti del Centro Obala e gli scrittori del Gruppo 99 sono rimasti dentro la città assediata a creare, ad inventare. Nel tunnel della solitudine, senza la certezza di una via duscita, hanno lavorato per la necessità di affermare la propria identità. Ora Sarajevo non è più buia di notte. Da quando, allinizio del 1997, è finito il coprifuoco, si accendono allimbrunire luci delle strade e insegne di negozi, pub, ristoranti e discoteche. Si è riaccesa pure la rete: su Internet si simulano panorami di strade, ponti e palazzi senza macerie né segni di bombardamenti, come in una magica e futuribile realtà. Gli artisti che ora hanno riacceso le luci negli atelier e hanno ricominciato a viaggiare, a comunicare, a prendere contatti con Iestero, possono esporre finalmente i lavori degli anni dellassedio in cui esplode una forza inventiva e comunicativa, nelluniversalità che posseggono soltanto le opere darte autentiche. Gli impulsi vitali degli artisti raccolti intorno allObala Art Centar si sono tradotti in unoperazione, "Witnesses of Existence", di grande effetto visivo e di potente impatto emozionale, che risponde positivamente alla domanda: è possibile fare arte dopo Iorrore? Se la poneva Nermina Kurspahic allindomani della prima esposizione pubblica del gruppo, dal dicembre del 92 allaprile successivo nella sala dellObala bombardato, parafrasando la questione di Adorno "Sarà possibile Iarte dopo Auschwitz?". Gli artisti hanno trasformato il loro silenzio operoso negli anni del buio in unaltissima testimonianza civile ed estetica. Nusret Pasic, che ha ripreso a dipingere usando le pagine del quotidiano "Oslobodenje", ha ideato le sue opere, "Testimoni dellesistenza" e "Martiri", figure come totem quasi immateriali, sospesi tra terra e cielo, simili a strane serpi, poggiate su una serie di mattoni e spezzate ma ancora vive; Petar Waldegg ha sentito il bisogno di creare forme diagonali e costruzioni a forma di scala che ricordano gli antichi ziggurat con mattoni trovati nelle macerie delle case, simboli di anelito verso il cielo; Mustafa Skopljak rappresenta una sorta di cimitero dove maschere grottesche appaiono da buchi scavati nella terra, mentre coni formati da vetri delle case bombardate simulano un desolante paesaggio di monti lunari. Zoran Bogdanovic è più "narrativo", scrive in inglese, ma con i caratteri cirillici usati in Bosnia nel Quattrocento, le parole che indicano in sintesi la storia delle vittime di una guerra assurda. In "Memory of people" la sedia posta di fronte a quella che sembra una lapide tombale composta dalle innumerevoli foto dei defunti sembra sorreggere un invisibile visitatore del sacrario. Sanjin Jukic spettacolarizza violentemente il suo dolore: già nella sala distrutta del cinema Sutjeska aveva installato il suo video, che inizia con le lettere che formano la parola "Sarajevo" nei logotipi di "Hollywood", come la scritta sulla collina che domina la capitale mondiale del cinema: Iartista vuol suggerire un effetto di "glamour" sopra le macerie. Edo Numankadic mostra il suo atelier, lasciato e ritrovato dopo il bombardamento, completo nei minimi particolari, a simbolo di una sopravvivenza dellarte al male. Arte, malgrado tutto. E così questo nucleo iniziale, denso di un linguaggio positivo e forte, ha risvegliato la capacità creativa. sopita, annullata di altri. Un gruppo di donne, ad esempio, ha voluto testimoniare con opere eseguite con video e installazioni la loro presenza nel panorama artistico: Anela Sabic e Susana Ceric con una sorta di ritorno al passato di ignari studenti, Danica Dakic che riproduce bocche parlanti o mute in un video inquietante, Eldina Begic coi suoi ironici pinguini che come grossi origami sembrano conversare tra loro, Seila Kameric riproduce in gigantografia il luogo stesso che ospita la sua operazione in una tautologica evidenza, come volesse possederlo; Maja Bajevic sposta le immagini care al cinema su poveri panni stesi ad asciugare. I panni stesi come in qualsiasi vicolo del mondo, a Sarajevo come in una casbah di città algerina o come a Spaccanapoli. Così come in quelle città dove i mercati sono piu o meno simili, quello di Dobrinja o quello della Vucciria o quello di Tangeri, luoghi dincontro dove comprare merce a buon prezzo e tirare sui prezzi, nel brulicare di gente, nella sarabanda di voci e colori, se si è in tempo di pace. Quello di Sarajevo sera come scolorito, il freddo metallo delle tettoie e delle bancarelle vuote aveva rubato la scena a frutta e verdura, coltivate nei giardini condominiali e sui terrazzi. E a tutto questo grigio, livido e insopportabile come un daltonismo improvviso, si è opposta la gente di Sarajevo, quella che tenacemente ha celebrato i propri riti religiosi e profani, ha lavorato e pregato e cucinato e camminato per le strade, malgrado le mine, malgrado non potesse attraversare i ponti. Ha attraversato i dolorosi anni dellassedio, grazie a qualche speranza. E questa mostra e dedicata a chi, purtroppo, non e potuto giungere dallaltra parte. Ela Caroli |