|
L'IDIOMA Centro d'Arte
Via delle Torri 21 -
Ascoli Piceno
Tel. 0736/254740
Entro
dipinta gabbia
Aurora
Carluccio
Pina Della Rossa
Luisa Di Guida
Santa Tufano
21 aprile
- 3 maggio
"Entro
dipinta gabbia" è il verso iniziale di una "favola" in
settenari (settecenteschi) composta
da Leopardi appena dodicenne. Il preadolescente poeta utilizza
una metafora, consueta soprattutto nell'ambito delle romanze e del
melodramma, per descrivere la sua condizione di dipendenza e di illibertà
che lo vincola soffertamente "all'usato albergo" degli avi. E
quando, poi, anni dopo, potrà staccarsene, verrà progressivamente
sperimentando che "dipinta gabbia" non è solo la casa paterna
o Recanati, ma la vita stessa in tutta la sua dolorosa fenomenologia,e
che l'unico varco alla libertà è dato dall'accettazione lucida e dal
rovesciamento in positivo dell'esistenza nella sua scandalosa
esposizione alla noia, al male, alle frustrazioni puntuali delle
illusioni.
La
parabola leopardiana oggi è più attuale di ieri, in un contesto di
clamorosi fallimenti delle grandi ipotesi e dei grandi progetti, dove la
ragione, per riaccreditarsi, è tenuta a dichiarare una pregiudiziale e
fondamentale diffidenza per le spiegazioni totali e totalizzanti e a
legittimarsi su operazioni di piccolo, cauto cabotaggio di navigazione
costiera o a vista.
Lungo
questo percorso, forse, c'è speranza di poter incontrare qualche
promessa allo stato nascente di rinnovamento
della storia, di poter trovare un semetto piccolo, quanto quello
di cui parla il Vangelo, ma che, una volta messe le radici nel terreno
adatto, possa allevare un albero gigantesco, alla cui ombra poi si
riparino un individuo, un'intera famiglia, una tribù.
La
ragione moderna richiede umiltà, pazienza, capacità di avvertire, o
almeno di sospettare, che dietro la facciata di ciò che si vede o vanta
vittoria si muove altro, sta maturando qua e là il semetto di cui si
diceva, sta per scivolare un granello
di sabbia capace di bloccare la gigantesca catena di montaggio del cieco
e devastante consumismo moderno.
Di
questo orecchio fino, che è in grado di indovinare il
bisbiglio genuino e freschissimo di ciò che matura nel segreto
dietro e oltre la schiamazzante, coribantica,
tumultuante società dell'affluenza, dispone il gruppo delle nostre
quattro artiste, Aurora Carluccio, Pina Della Rossa, Luisa Di Guida,
Santa Tufano, che hanno in comune anche un retroterra formativo (il
curricolo presso l'Accademia di Belle Arti di Napo1i, dove hanno avuto
la fortuna di essere avviate al fare artistico dai medesimi maestri), e
un sodalizio collaudato in mezzo alle proverbiali contraddizioni della
realtà napoletana.
Com'è
fisiologico, ognuna di esse ha sfumature di sensibilità, accensioni
fantastiche sue proprie, che richiedono che si esca dalle definizioni di
massima e si passi, come si farà, alle indicazioni delle peculiarità.
Aurora
Carluccio, che è la prima in ordine alfabetico, nell'attivazione
delle misure di cautela, di cui si diceva, procede per calcoli
complessi, quasi alchemici, per cercare di cogliere gli echi dei
fenomeni in transito e delle voci genuine rinvianti a tutt'altra musica
che sia quella dei baccanali e della materialità del mondo
contemporaneo. Nelle sue opere, realizzate con tecnica mista, si
inquisiscono i plausibili contatti con l'alterità attraverso il dialogo
delle dissolvenze e degli accenni, talora appena allusi, a presenze
discrete, dalle postille equoree, si direbbe dantescamente, e dalle
sinergie cromatiche che fanno pensare a dinamismi di nuvole in
formazione.
Pina
Della Rossa si confronta, con risultati pienamente persuasivi e
catturanti, con i dettagli, secondo i1 modello trasmessogli da quel
poeta della macchina fotografica che è Mimmo Iodice. I suoi
"particolari" acquisiscono di volta in volta la dignità di
prove irrefutabili delle connivenze dell'involontario e dell'anonimo,
delle correità, ad esempio, che si stabiliscono, oltre la soglia della
razionalità istituzionale, di tipo costruttivista, e unilineare, tra il
fil di ferro e la ruggine, tra lo spazio dimesso e il loglio che ivi
rivendica un suo statuto di nobiltà, tra l'ombra, il muro a calce e la
cromia anonima, che vi si riscatta. Nelle sue opere, umoristicamente si
verifica che nel degrado e nei processi di decomposizione germina
irriducibile il bello della vita.
Luisa
Di Guida, sul filo di una latente, gradevole felinità, prova ad
affilare gli artigli sulle pareti verniciate e a lasciare il segno negli
strati di gesso, nell'esplorazione di probabilità arcaiche di linguaggi
dimenticati, che narravano per graffiti e che incidevano le intenzioni
lapidariamente sotto forme elementari, teriomorfiche o vegetali. Il
rischio, che però la Di Guida non corre, sarebbe di avvolgimenti in
aure fabulatorie, di inseguimenti di miti di carattere iniziatico.
L'artista, invece, è dotata di un suo primitivismo, genuinamente suo e
originario, che le consente di attingere al vissuto e all'immaginario
per esprimersi, per dire che nell'atto stesso di scalfire e di dipingere
è coincidenza di pulsione vitale.
Santa
Tufano, infine, "the
last, but not the least", trasferisce nei suoi acquerelli, - ma ha
adoperato a lungo anche l'olio su tela e gli acrilici -, visioni e
reminiscenze di situazioni (ecologicamente) alternative e disinfestate.
Ma lo fa, non con euforia ideologica o con disdegno per la distruttività
(etologicamente innata) nell'uomo, ma per religiosa pietas verso i
guasti e le rovine del nostro tempo e per genuina testimonianza che in
quegli azzurri puliti, in quei veli di luce incontaminata e remota è
principio di meravig1ia, è forza che liquefa la storia e la fa scorrere
fusa e quindi plasmabile ad altezza dei nuovi bisogni e delle attese
della comunità umana.
Ugo Piscopo
La
manifestazione è stata organizzata da
adrART associazione culturale,
nell'ambito del "Real-Virtual Project"
Informazioni: info@adrart.it
|