L'IDIOMA Centro d'Arte
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Entro dipinta gabbia

Aurora Carluccio
Pina Della Rossa
Luisa Di Guida
Santa Tufano

 21 aprile - 3 maggio

"Entro dipinta gabbia" è il verso iniziale di una "favola" in settenari (settecenteschi) composta  da Leopardi appena dodicenne. Il preadolescente poeta utilizza una metafora, consueta soprattutto nell'ambito delle romanze e del melodramma, per descrivere la sua condizione di dipendenza e di illibertà che lo vincola soffertamente "all'usato albergo" degli avi. E quando, poi, anni dopo, potrà staccarsene, verrà progressivamente sperimentando che "dipinta gabbia" non è solo la casa paterna o Recanati, ma la vita stessa in tutta la sua dolorosa fenomenologia,e che l'unico varco alla libertà è dato dall'accettazione lucida e dal rovesciamento in positivo dell'esistenza nella sua scandalosa esposizione alla noia, al male, alle frustrazioni puntuali delle illusioni.

La parabola leopardiana oggi è più attuale di ieri, in un contesto di clamorosi fallimenti delle grandi ipotesi e dei grandi progetti, dove la ragione, per riaccreditarsi, è tenuta a dichiarare una pregiudiziale e fondamentale diffidenza per le spiegazioni totali e totalizzanti e a legittimarsi su operazioni di piccolo, cauto cabotaggio di navigazione costiera o a vista.

Lungo questo percorso, forse, c'è speranza di poter incontrare qualche promessa allo stato nascente di rinnovamento  della storia, di poter trovare un semetto piccolo, quanto quello di cui parla il Vangelo, ma che, una volta messe le radici nel terreno adatto, possa allevare un albero gigantesco, alla cui ombra poi si riparino un individuo, un'intera famiglia, una tribù.

La ragione moderna richiede umiltà, pazienza, capacità di avvertire, o almeno di sospettare, che dietro la facciata di ciò che si vede o vanta vittoria si muove altro, sta maturando qua e là il semetto di cui si diceva, sta per scivolare un  granello di sabbia capace di bloccare la gigantesca catena di montaggio del cieco e devastante consumismo moderno.

Di questo orecchio fino, che è in grado di indovinare il  bisbiglio genuino e freschissimo di ciò che matura nel segreto dietro e oltre la schiamazzante,  coribantica, tumultuante società dell'affluenza, dispone il gruppo delle nostre quattro artiste, Aurora Carluccio, Pina Della Rossa, Luisa Di Guida, Santa Tufano, che hanno in comune anche un retroterra formativo (il curricolo presso l'Accademia di Belle Arti di Napo1i, dove hanno avuto la fortuna di essere avviate al fare artistico dai medesimi maestri), e un sodalizio collaudato in mezzo alle proverbiali contraddizioni della realtà napoletana.

Com'è fisiologico, ognuna di esse ha sfumature di sensibilità, accensioni fantastiche sue proprie, che richiedono che si esca dalle definizioni di massima e si passi, come si farà, alle indicazioni delle peculiarità.

Aurora Carluccio, che è la prima in ordine alfabetico, nell'attivazione delle misure di cautela, di cui si diceva, procede per calcoli complessi, quasi alchemici, per cercare di cogliere gli echi dei fenomeni in transito e delle voci genuine rinvianti a tutt'altra musica che sia quella dei baccanali e della materialità del mondo contemporaneo. Nelle sue opere, realizzate con tecnica mista, si inquisiscono i plausibili contatti con l'alterità attraverso il dialogo delle dissolvenze e degli accenni, talora appena allusi, a presenze discrete, dalle postille equoree, si direbbe dantescamente, e dalle sinergie cromatiche che fanno pensare a dinamismi di nuvole in formazione.

Pina Della Rossa si confronta, con risultati pienamente persuasivi e catturanti, con i dettagli, secondo i1 modello trasmessogli da quel poeta della macchina fotografica che è Mimmo Iodice. I suoi "particolari" acquisiscono di volta in volta la dignità di prove irrefutabili delle connivenze dell'involontario e dell'anonimo, delle correità, ad esempio, che si stabiliscono, oltre la soglia della razionalità istituzionale, di tipo costruttivista, e unilineare, tra il fil di ferro e la ruggine, tra lo spazio dimesso e il loglio che ivi rivendica un suo statuto di nobiltà, tra l'ombra, il muro a calce e la cromia anonima, che vi si riscatta. Nelle sue opere, umoristicamente si verifica che nel degrado e nei processi di decomposizione germina irriducibile il bello della vita.

Luisa Di Guida, sul filo di una latente, gradevole felinità, prova ad affilare gli artigli sulle pareti verniciate e a lasciare il segno negli strati di gesso, nell'esplorazione di probabilità arcaiche di linguaggi dimenticati, che narravano per graffiti e che incidevano le intenzioni lapidariamente sotto forme elementari, teriomorfiche o vegetali. Il rischio, che però la Di Guida non corre, sarebbe di avvolgimenti in aure fabulatorie, di inseguimenti di miti di carattere iniziatico. L'artista, invece, è dotata di un suo primitivismo, genuinamente suo e originario, che le consente di attingere al vissuto e all'immaginario per esprimersi, per dire che nell'atto stesso di scalfire e di dipingere è coincidenza di pulsione vitale.

Santa Tufano, infine,  "the last, but not the least", trasferisce nei suoi acquerelli, - ma ha adoperato a lungo anche l'olio su tela e gli acrilici -, visioni e reminiscenze di situazioni (ecologicamente) alternative e disinfestate. Ma lo fa, non con euforia ideologica o con disdegno per la distruttività (etologicamente innata) nell'uomo, ma per religiosa pietas verso i guasti e le rovine del nostro tempo e per genuina testimonianza che in quegli azzurri puliti, in quei veli di luce incontaminata e remota è principio di meravig1ia, è forza che liquefa la storia e la fa scorrere fusa e quindi plasmabile ad altezza dei nuovi bisogni e delle attese della comunità umana.

                                     Ugo Piscopo

La manifestazione è stata organizzata da 
adrART associazione culturale, 
nell'ambito del "Real-Virtual Project"
Informazioni: info@adrart.it