![]() MONODIA CANTO A UNA SOLA VOCE Poesie di Pablo Visconti
Pablo Visconti è nato nel 1952 a Napoli dove vive e lavora.
E
sei venuta giù fuori dal vetro verde
E sei venuta giù fuori dal vetro verde Oggi
è un’incompleta mappa
del tuo corpo
Oggi è un’incompleta mappa del tuo corpo Gli
anni vennero numerosi
Gli anni vennero numerosi a scoprire la pelle secca, le
macchie, A
questa piccola vita
A questa piccola vita che impara a leggere Ai sogni raccontati alla rinfusa, ai pastelli, Alle tue mani verso il sole, la fronte sudata, le capriole
nell’erba: Tu puoi con la tua guancia morbida e paffuta
(a Olga ) Vedi,
somigliano ai rami forti dei gerani
Vedi, somigliano ai rami forti dei gerani le tue mani,
adesso, Dove
sta il meccano del porto
Dove sta il meccano del porto restano lontano gli occhi, Sei come gli occhi delle unghie sul piano di marmo, Sei le dita odorose nella breve stagione, Sei la pianta aggredita,
I
ragazzi ora vanno in giro
I ragazzi ora vanno in giro a raccogliere le scaglie, Raccolgo
i fili adesso
Raccolgo i fili adesso, le propaggini chiassose del rame, Una
sera di maggio
Anche i merli della Torre dell’Oro, oggi, Anche i rami dei gerani, oggi, Anche i bracci delle gru Questa sera la luna si è ammantellata a lutto, Questa striata sera di maggio in faccia al mare E il mare verso Capri, mi sembra,
Maggio
1999
MONODIA “La poesia di Pablo Visconti” di Fulvio Tuccillo Già nel 1988 Vittorio
Russo segnalava tra i poeti “clandestini” napoletani (clandestini
perché quasi del tutto sconosciuti) Pablo Visconti, che poi nel corso
degli anni ci ha dato due notevoli raccolte di poesie : Parole dal
disamore e Monodia, pubblicate rispettivamente nel 1997 e nel 2001 da
“Intra Moenia”. Visconti non è autore che ama il lirismo fine a se
stesso, la rarefazione e la levità della parola poetica, il sottile
gioco delle immagini e delle metafore; istintivamente predilige
parole ed immagini essenziali e di esse si avvale per ritrarre con forza
quei frammenti di realtà in cui prende forma e vita il suo mondo
interiore: Lo stesso sperimentalismo della sua poesia – se di
sperimentalismo si può parlare – non è mai fine a se stesso : nodo
centrale sembra esserne soprattutto la conflittuale rifrazione nei suoi
versi dell’io narrante. Ma, proprio quando l’autore sembra farsi più
impietoso e non volere accordare nessuna via di fuga né a se stesso né
al lettore, proprio quando più violenti e tesi sembrano farsi i suoi
versi, allora da essi si sprigiona il dono della poesia, la sua virtù
redentrice. E’ insomma da questo mondo sconvolto, dall’inevitabile
collisione dei piani temporali e degli orizzonti di coscienza, dal
“cuore scorticato” che scaturisce l’intensità di questa scrittura
: “…dal tufo
occhieggiano guardinghi i vecchi animali/scampa alla pania degli
affetti, scorticato il cuore,/cosa lasceremo di questa terra gialla e
umida/a tutti i nostri Figli : come un ronzio
di cuffie sole:/Risplende ancora allo specchio delle ginestre là
lontano/sui fianchi pazienti del vulcano/nell’aria immota del
pomeriggio d’estate/gli occhi all’ancora stupiscono”. Lo sguardo
che all’”ancora” stupisce ricorda tanto il mai più leopardiano,
la leopardiana consapevolezza che una cosa o una persona possono non
essere mai più, che oltre il confine dell’essere c’è il nulla e
quella che per noi mortali ne è la prima e più comune manifestazione. Visconti è poeta per
tante cose moderno, cui non sono affatto estranee esperienze
fondamentali della poesia moderna ( da Celan a Blok, forse alla Cvetaeva),
ma per tante altre invece “antico”, antico soprattutto perché ha un
senso profondo e connaturato dell’essenzialità della parola poetica,
dell’ineluttabilità della sua fenomenologia. Così risultano estranee
ai suoi versi certe nebulosità tipiche della poesia più recente. E
spesso in essi lo strazio della mancanza si fa angoscia e desiderio, con
un’intensità ed un’espressività che è raro trovare altrove, come
nella bellissima Vedi, somigliano ai rami forti dei gerani le tue mani.
La stessa rimarcata fisicità delle presenze e degli oggetti (qui ed
altrove) non è “straniamento” dall’interiorità e nemmeno
tentativo di costituire una trama di significanti simbolici, ma
drammatica, intensa manifestazione di amore:”io vorrei conoscerti
ancora e stringerti di più la mano/e portarti domenica che viene con me
a guardare il mare/dalla collina di San Martino/…e vado chiedendo alle
strade,ai giardini,/ai treni in disuso ai forni ormai murati,/a quel
sapore antico del pane,della scarola,/vado contando i ciottoli, i numeri
civici,/cerco la tua origine in queste terre violate/da ottusi
masnadieri e avidi idioti”. Il corrispettivo di questa intensità è
invece la coscienza di poter essere “come la polvere, il molare guasto
inutile, il secondo già trascorso”. E forse proprio per questo la
poesia di Visconti sembra voler conoscere e fissare e dire soprattutto
il presente, oppure un passato che per un attimo diviene presente,con un
breve intenso sguardo nutrito di vita e morte, amore e disperazione,
tenerezza e disillusione, che è poi il segno dell’autenticità di una
vocazione quasi sorprendente in tempi di minimalismo, di infinita e
gratuita proliferazione degli universi virtuali.
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