MONODIA
CANTO A UNA SOLA VOCE

Poesie di Pablo Visconti



 

 

 

 

Pablo Visconti è nato nel 1952 a Napoli dove vive e lavora.

 

E sei venuta giù fuori dal vetro verde

E sei venuta giù fuori dal vetro verde
nella valanga di lacrime e di fango, il
margine a 40 per sentirmi un poco più
racchiuso, e non dover sempre far finta
che tutti questi segni arrovellati
abbiano un significato più profondo,
che stenta a rapprendersi, e allora
mi ricordo dei volanti quando ne era
pieno tutto il cielo:
a Napoli Centrale il tapis roulant trasporta le ferite,
uscire all’alba da vagoni fermi sui binari di quelle donne
e uomini e bambini e cani stracchi e sdruciti come di chi
non ha dormito mai, e strascicare poi tutto il giorno,
di scalcagnate scarpe fino a sera. 

 

Oggi è un’incompleta  mappa del tuo corpo

Oggi è un’incompleta mappa del tuo corpo
che rimpalla da rètina a rètina
come una verde scaglia di rimpianto,
solcata da una crudele toponomastica di silenzi,
nel lussureggiante sconquasso che mi rampica, a volte,
mi rampina il respiro. 

 

Gli anni vennero numerosi

Gli anni vennero numerosi a scoprire la pelle secca, le macchie,
ma non potevamo dire parole alla madre, al padre,
perché la morte del figlio giovane è dolore di polpa,
di punteruolo arroventato: non conoscevamo ancora l’alba umida,
inginocchiati esausti al capezzale dei riccioli,
distesi al limitare del lago delle lacrime.
Non volevamo uscire dall’accattivante musica dei fiori gialli
e annegavamo storditi in quei sussurri di parole senza senso:
tentavamo l’immobilità della pietra, il gesto antico di togliersi gli occhi
per non vedere. 

 

A questa piccola vita

A questa piccola vita che impara a leggere
al suo sorriso tenero e leggero
mentre crescono i numeri molto oltre le dita delle mani. 

Ai sogni raccontati alla rinfusa, ai pastelli,
a quelle colorate d’arancione case storte
dove vivono insieme ammassati lupetti, vermiciattoli e conigli. 

Alle tue mani verso il sole, la fronte sudata, le capriole nell’erba:
quella felicità venata a volte da una lacrima improvvisa. 

Tu puoi con la tua guancia morbida e paffuta
appoggiare la stanchezza e addormentarti
mentre la sera si chiude sconsolata.

                                                                                         (a Olga ) 

 

Vedi, somigliano ai rami forti dei gerani

Vedi, somigliano ai rami forti dei gerani le tue mani, adesso,
dovevo domandarti come si chiamava il cavallo di mezzo
della carretta del nonno
ma non ho fatto in tempo
e di tempo ne ho passato con te a capire
perché dovevano essere tre i cavalli a trainare
ma le scudisciate del nonno tu le prendevi insieme a tua sorella.  
Il marmo adesso vi ha bloccati tutti  
nel cimitero piccolo tra le mimose e il bosso,  
e io non so il sabato che ci sto a fare  
rifugiato nelle strisce di sole  
accosto l’ultima cappella contro il muro.  
Non sono i petali appassiti, le rose maleodoranti,  
l’acqua putrida, quelle miriadi di lucette,  
i numeri dei giorni, degli anni;  
non sono i marmisti che fanno fatica, per l’umidità,  
a piazzare la croce sulla tua tomba,  
non sono le chiassose donne che portano secchi e detersivi  
nella loro piedigrottesca visita ai loro morti,  
ma il pianto vivo come spine rosse alle mie tempie:  
io vorrei conoscerti ancora e stringerti di più la mano  
e portarti domenica che viene con me a guardare il mare  
dalla collina di San Martino,  
tra gli inizi del melograno e le grasse foglie del ficodindia.  
E vorrei essere adesso la violacciocca,  
il basolato a piazza del Gesù,  
lo scranno faticoso nella chiesa, l’offerta del tuo voto;  
anche le tue ginocchia martoriate ho carezzato  
e vado chiedendo alle strade, ai giardini,  
ai treni in disuso, ai forni ormai murati,  
a quel sapore antico del pane, della scarola,  
vado contando i ciottoli, i numeri civici,  
cerco la tua origine in queste terre violate  
da masnadieri e avidi idioti,  
da questi ottusi costruttori di piastrelle,  
di gnomi e Biancaneve.  
Potendo, adesso, vorrei vedere le percòche,  
quei piccoli soli gialli e rossi che ci riempivano la bocca,  
le mele annurche, i mandorli in fiore,  
ma cosparso di morti si alza, compagno alla pioggia,  
l’arcobaleno dei colori.  

Dove sta il meccano del porto  

Dove sta il meccano del porto restano lontano gli occhi,  
e ci serrano nelle spranghette dolorose del giorno dopo,  
silenziosa acuminata mano di morte  
tra i verdognoli acini astuti piangenti  
rimango tra le sbarrette di ruggine  
nelle cucce fetide del pensiero,  
assaporo il cuore dell’anemone, la pelle sudata,  
il leggero sorriso del mattino sul mare sereno.  
Tu scendi ventosa con i tuoi sguardi fuggenti, amorosa,  
appassionata delle strade, della frescura,  
sei come il tremore dei bambini quando perdono la madre.  

Sei come gli occhi delle unghie sul piano di marmo,  
sei l’ora scompigliata nel giorno del mercato dei fiori.  
Ti accorgi appena del silenzio della tua fronte,  
sei la fuga delle stanze  
quando il raggio insinuante del sole s’intrufola in noi,  
nel nostro vecchio nome, nelle rotule, nei gangli,  
nel criccare sgomento della città.  

Sei le dita odorose nella breve stagione,  
la spia rossa nelle gallerie buie,  
sei il segnale luminoso nel mare scuro, nel male oscuro.  
Tu sei la sfiducia e il rancore dell’estate, la deboscia della frutta guasta,  
sei il miscuglio procelloso nell’ora alta del giorno.  

Sei la pianta aggredita,  
il vanto lussurioso della fillossera distruttrice,  
l’enorme fiato delle cavallette.  
Sei la mia discesa a mare, conosci i sassi,  
le spine dei ricci, le gragnuole azzurre sul cuore.

     

I ragazzi ora vanno in giro  

I ragazzi ora vanno in giro a raccogliere le scaglie,  
i frammenti, i fiori,  
hanno gli occhi sbarrati su verde ortofrutticolo del silicio,  
coprono distanze sonore tra l’India e il Messico,  
siedono estasiati di fronte agli incunaboli, alle varianti,  
riscoprono i raggi, gli anelli, le forze e un traghetto di notte  
che spumeggia nelle eliche l’antica ferocia della morte.  
I ragazzi ora si divertono nella schiuma della birra  
aspettano che la notte finisca, esausti e stremati  
nell’alba piovosa con fili umidi nel gel dei capelli,  
arrischiano un ennesimo gesto verso quel profumo stantio  
ma gli occhi sono fessure, anelano al riposo.  

 

Raccolgo i fili adesso  

Raccolgo i fili adesso, le propaggini chiassose del rame,  
ora che ci apprestiamo a guardare negli occhi il secolo che finisce,  
raccolgo le scatole avariate, le ribelli lattine, al venire delle note  
sulle luminarie.  
Siamo la corte superstite, il disamore dei ciliegi, la banalità
faticosa del mandorlo: scopriamo le formiche, le primule  
atterrite.  
Siamo stretti alla nostra pelle mentre guardiamo negli occhi  
questo secolo che finisce.  

 

Una sera di maggio  

Anche i merli della Torre dell’Oro, oggi,  
giù al castello mi sembrano dei morti,  
le cave occhiaie sbiadendo nel tufo giallo.  

Nell’afosa foschia che risale  
dal catino putrido del porto,  
anche le ali dei gabbiani, oggi,  
mi sembrano dei morti,  
ora che fanno ombra alle rose rampicanti dei terrazzi,  
nello smunto luccichio dei rostri.  

Anche i rami dei gerani, oggi,  
mi sembrano le mani dei morti  
pendenti dai balconi  
contro il frastuono dei rotori,  
in questa saltellante terra abituata, addunucchiata,  
che squassa il velato mattino, nella sua prima ora.  

Anche i bracci delle gru  
al varco del Carmine,  
in questa sera di maggio, tra luci rosse e gialle,  
mi sembrano le croci… le croci alte dei morti  
da un cimitero d’acqua senza confini.  

Questa sera la luna si è ammantellata a lutto,  
mi sembra dolorosa anche la luna  
come una madre che ha perso il proprio figlio,  
in questa calda sera,  
come in un arco di straziate scaglie  
da San Martino al mare.  

Questa striata sera di maggio in faccia al mare  
le pietre bianche grandi della scogliera a Castel dell’Ovo  
mi sembrano i muri sbreccati a Pristina, gli archi dei ponti  
a Novi Sad, la pietra nera a Baghdad.  

E il mare verso Capri, mi sembra,  
un campo senza fine di papaveri,  
una distesa gialla di girasoli, sotto lo stremato cielo,  
e  io adesso sono come la polvere,  
il molare guasto inutile, il secondo già trascorso,  
in questa sera di maggio in faccia al mare.  

                                                 Maggio 1999   
                                             
Tempo di guerra                                           

 

MONODIA
CANTO A UNA SOLA VOCE
Poesie di Pablo Visconti
Edizioni Intra Moenia , gennaio 2001
Prezzo Euro 5.00
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“La poesia di Pablo Visconti”
Con parole ed immagini essenziali l’autore napoletano ritrae tutto il suo mondo interiore  

di Fulvio Tuccillo  

Già nel 1988 Vittorio Russo segnalava tra i poeti “clandestini” napoletani (clandestini perché quasi del tutto sconosciuti) Pablo Visconti, che poi nel corso degli anni ci ha dato due notevoli raccolte di poesie : Parole dal disamore e Monodia, pubblicate rispettivamente nel 1997 e nel 2001 da “Intra Moenia”. Visconti non è autore che ama il lirismo fine a se stesso, la rarefazione e la levità della parola poetica, il sottile gioco delle immagini e delle metafore;  istintivamente predilige parole ed immagini essenziali e di esse si avvale per ritrarre con forza quei frammenti di realtà in cui prende forma e vita il suo mondo interiore: Lo stesso sperimentalismo della sua poesia – se di sperimentalismo si può parlare – non è mai fine a se stesso : nodo centrale sembra esserne soprattutto la conflittuale rifrazione nei suoi versi dell’io narrante. Ma, proprio quando l’autore sembra farsi più impietoso e non volere accordare nessuna via di fuga né a se stesso né al lettore, proprio quando più violenti e tesi sembrano farsi i suoi versi, allora da essi si sprigiona il dono della poesia, la sua virtù redentrice. E’ insomma da questo mondo sconvolto, dall’inevitabile collisione dei piani temporali e degli orizzonti di coscienza, dal “cuore scorticato” che scaturisce l’intensità di questa scrittura :

“…dal tufo occhieggiano guardinghi i vecchi animali/scampa alla pania degli affetti, scorticato il cuore,/cosa lasceremo di questa terra gialla e umida/a tutti i nostri

Figli : come un ronzio di cuffie sole:/Risplende ancora allo specchio delle ginestre là lontano/sui fianchi pazienti del vulcano/nell’aria immota del pomeriggio d’estate/gli occhi all’ancora stupiscono”. Lo sguardo che all’”ancora” stupisce ricorda tanto il mai più leopardiano, la leopardiana consapevolezza che una cosa o una persona possono non essere mai più, che oltre il confine dell’essere c’è il nulla e quella che per noi mortali ne è la prima e più comune manifestazione.

Visconti è poeta per tante cose moderno, cui non sono affatto estranee esperienze fondamentali della poesia moderna ( da Celan a Blok, forse alla Cvetaeva), ma per tante altre invece “antico”, antico soprattutto perché ha un senso profondo e connaturato dell’essenzialità della parola poetica, dell’ineluttabilità della sua fenomenologia. Così risultano estranee ai suoi versi certe nebulosità tipiche della poesia più recente. E spesso in essi lo strazio della mancanza si fa angoscia e desiderio, con un’intensità ed un’espressività che è raro trovare altrove, come nella bellissima Vedi, somigliano ai rami forti dei gerani le tue mani. La stessa rimarcata fisicità delle presenze e degli oggetti (qui ed altrove) non è “straniamento” dall’interiorità e nemmeno tentativo di costituire una trama di significanti simbolici, ma drammatica, intensa manifestazione di amore:”io vorrei conoscerti ancora e stringerti di più la mano/e portarti domenica che viene con me a guardare il mare/dalla collina di San Martino/…e vado chiedendo alle strade,ai giardini,/ai treni in disuso ai forni ormai murati,/a quel sapore antico del pane,della scarola,/vado contando i ciottoli, i numeri civici,/cerco la tua origine in queste terre violate/da ottusi masnadieri e avidi idioti”. Il corrispettivo di questa intensità è invece la coscienza di poter essere “come la polvere, il molare guasto inutile, il secondo già trascorso”. E forse proprio per questo la poesia di Visconti sembra voler conoscere e fissare e dire soprattutto il presente, oppure un passato che per un attimo diviene presente,con un breve intenso sguardo nutrito di vita e morte,

amore e disperazione, tenerezza e disillusione, che è poi il segno dell’autenticità di una vocazione quasi sorprendente in tempi di minimalismo, di infinita e gratuita proliferazione degli universi virtuali.
Da “ALBATROS” numero di Gennaio 2005