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CARLA BENEDETTI
L’ombra lunga dell’autore

Questo libro ora uscito, era stato già annunciato come completato in una nota del più noto Pasolini contro Calvino; esso nasce sotto il segno di un duplice tradimento: da un lato dello strutturalismo, dall’altra con la riproposizione dello stesso in maniera apparentemente discreta. L’ipotesi è quella della riscoperta dell’autore, negato sinora dal formalismo-strutturalismo, e dal post-strutturalismo (v. il si gioca di Gadamer), che viene espressa in maniera accattivante anche con esempi giornalistici. La Benedetti mette in evidenza come lo scrittore fino al Settecento poteva seguire un genere, sicché lo stesso genere qualificava la sua opera come letteraria. Mentre con il romanticismo e il prorompere della soggettività inizia la rottura col genere e la ricerca di nuove strade; contemporaneamente la letteratura di genere diventa bassa. Con la tarda modernità, dalla fine Ottocento e col Novecento nasce quello che la Benedetti chiama autorialismo, e che consiste nel fatto che l’autore fa sì che un’opera d’arte sia tale. Ciò è nettamente visibile soprattutto dal Dada in poi, con cui diviene evidente l’importanza dell’intenzione artistica. Insomma lo scopo dichiarato del libro sembrerebbe il riappropriarsi da parte della critica della centralità dell’autore, di contro a quella del testo; ma, mano a mano che si va avanti nella lettura, ci si accorge che questo avviene comunque attraverso lo strutturalismo e il formalismo. Basti solo come esempio quanto deve la Benedetti a Sklovskij a proposito del logoramento delle forme letterarie e dello straniamento. Spesso tuttavia l’autrice(come nell’altro libro) cerca una via d’uscita, che tuttavia non accetta, nel postmoderno, che lei definisce realtà del doppio legame, esprimendosi così: "Se innovi farai presto parte della norma futura, ma se non innovi sei già parte di quella passata. Insomma, ogni possibilità sembra bloccarsi in questo groppo." A proposito di questo concetto cita Calvino e Bateson; ebbene questi due nomi ci aiutano a delimitare il testo. Da un lato la letteratura forte le sembra essere contaddittoriamente quella formalista(ma fino a che punto poi?) di Calvino, oltre cui pare esservi il nulla; mentre citare qui Bateson significa dimenticare che questi si ricollegava per tale teoria alla Scuola di Stanford di psicologia, che così ha definito la schizofrenia contemporanea. Anche qui la Benedetti involontariamente si espone ad una antinomia poiché Jameson, il teorico del postmoderno, ha usato come strumento ermeneutico( anche se attraverso Lacan) dell’arte contemporanea, ovvero del postmoderno dall’autrice tanto negato. Il testo della Benedetti insomma è poderosamente tutto interno alle teorie letterarie( da Hegel sino allo strutturalismo), ma non scende poi nell’arena della letteratura, o quando lo fa ( e con acuta intelligenza) mette in evidenza sì alcuni fenomeni, ma senza capirne sempre il vero significato storico. Così quando parla di Tondelli capisce al volo un fatto eclatante( e non lo si dice con ironia, dato che altri teorici lo hanno sottovalutato o peggio snobbato) e cioè l’importanza data alla categoria di generazione, ma la lega poi a un motivo secondario. Infatti afferma che "Ora dopo il crollo delle poetiche, capita che il «nuovo» venga cercato in un fatto di angrafe dell’autore." Ma come mai ciò non era accaduto, o forse sì( e in che modo?) col Romanticismo? E che cosa sono la generazione e il postmdoderno dopo il ‘70 in Italia?

Nicola Ciampitti

CARLA BENEDETTI -L’ombra lunga dell’autore-
Feltrinelli  - pagg. 232-  £. 33.000