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ALCUNI ESTRATTI CRITICI e DESCRIZIONI DELLE OPERE

IL PERCHÉ DI UNA CORNICE VUOTA
La mostra personale di Pina Della Rossa si apre con una sequenza di figure, ritratte di spalle, che sembrano intente a specchiarsi in un grande specchio racchiuso in una vecchia cornice «dove finisce e inizia, inabitabile – scriveva Jorge Luis Borges – l’impossibile spazio dei riflessi. Viviamo una vita senza mai sapere come realmente siamo. Brandelli e frammenti della nostra immagine corporea sono catturati da vetrine, vetri e specchi. Talvolta da fotografie». Lo specchio è, come noto, una delle costanti tematiche del grande scrittore argentino; lo specchio è deformante per definizione: restituisce un’immagine inversa a quella del reale. Ma anche per questo è un mefistofelico tentatore: seduce perché soddisfa il nostro faustiano bisogno di conoscere e ci consente di affacciarci su un mondo diverso, il mondo capovolto, il mondo degli opposti. Per Borges, inoltre, «gli specchi, come la copula, sono abominevoli, poiché moltiplicano il numero degli uomini». Ma lo specchio di Della Rossa è un finto specchio. Quando la figura umana è assente, vediamo che la cornice inquadra solo un muro, sbrecciato e lebbroso, come in un dipinto informale. Non c’è vetro, la riflessione è negata a vantaggio di un utilizzo della cornice quasi tradizionale, ad inquadrare un simulacro di pittura. Che la fotografa sia anche, o sia stata, una pittrice appassionata, assorta a indagare gli spazi metaforici che dalla superficie del dipinto possono alludere alle complesse dinamiche del pensiero, ha sicuramente la sua importanza. Eppure, è proprio con la fotografia che Pina Della Rossa partecipa alla svolta epistemologica che mette in dubbio le immagini percepite con lo sguardo, per rendere visibile ed esperibile solo il riprodotto e il riproducibile
Allieva di Mimmo Jodice, la Della Rossa non ne imita lo stile, ma dal maestro trae l’insegnamento a organizzare il campo visivo e a studiare il valore simbolico della luce e degli spazi nei quali si muovono le figure. La fotografia attraversa il riconoscimento goethiano dell’effimero e mette in crisi i mobili confini razionali del mondo. Coglie lo scorrere in divenire della realtà. L’intervento creativo dell’artista è, però, un’esigenza inalienabile, manipolando l’immagine a livello di inquadratura, posa e scelta del soggetto.
Nei suoi specchi vuoti, quel che colpisce sono alcuni caratteri ricorrenti, insistenti: i dettagli di un corpo, i muri grumosi come croste di un vecchio dipinto. Il tutto con un’aura di travestimento magrittiano, dove è indubbiamente la figura umana che fa trapelare un sentimento inerme. La fotografia ferma così la memoria e si fa racconto, in forme adatte e adeguate a esser guardate come artistiche indipendentemente da criteri estetici che, come sappiamo bene, sono sempre meno definibili. All’interno di questi fotogrammi, il filo rosso di una narrazione troncata percorre un’esperienza esistenziale pudicamente celata. C’è una creatività apparentemente contenuta, non sfarzosa, non abbagliante ma fatta di dettagli che collaborano alla visione di un’intima solitudine. L’artista è sola e i suoi modelli (il suo doppio) celano il volto o si ritraggono fuggendo. Come partecipare, allora, a questa «solitudine aberrante» (citando Barthes) provocata dai dettagli di un corpo o di un abbigliamento che rimandano a un’aura di modificazione, di postiche-pastiche, a una sorta di crudele modestia che intenerisce? Per una delle letture che se ne possono avanzare, il concetto di fotografia espresso da Pina Della Rossa è alieno da ogni realismo, acquisendo senso dal forte pittoricismo, sia che tratti di architetture fatiscenti, sia che si focalizzi su dettagli di muri, di lamiere, di cornici. Pittura, ovviamente, nell’era della sua riproducibilità tecnologica, alla ricerca di un terreno d’intersezione tra immagine, comunicazione e memoria, per cogliere i fenomeni e gli eventi nella loro complessità, con la pervicace intenzione di non arrendersi al flusso omologante dell’immaginario mediale diffuso, ma di rischiare la connessione tra ambiguità e irresolutezza.
Possiamo guardare le foto (non a caso disposte in brevi sequenze) e abbandonarci alla loro forza narrativa, alla sommessa volontà di raccontare e raccontarsi attraverso la messa in scena con la quale l’artista ha organizzato i luoghi e le cose da fotografare, raramente preferendo l’istantanea di un paesaggio così com’è, se non quando la realtà, miracolosamente, coincide con i suoi intenti, come accade nelle foto di un balcone decrepito in un palazzo abbandonato, ritratto da una perfetta e nuova finestra del Madre. Come ulteriore riferimento, su questo tema è impossibile non citare ancora La camera chiara di Roland Barthes, e in particolare il paragrafo in cui l’autore individua l’importanza del referente nella fotografia rispetto agli altri sistemi di rappresentazione: «Chiamo “referente fotografico”, non già la cosa facoltativamente reale a cui rimanda un’immagine o un segno, bensì la cosa necessariamente reale che è stata posta dinanzi all’obbiettivo, senza cui non vi sarebbe fotografia alcuna. La pittura può simulare la realtà senza averla vista. Il parlare combina segni che hanno certamente dei referenti, solo che tali referenti possono essere e sono il più delle volte delle “chimere”. Nella fotografia, contrariamente a quanto è per tali imitazioni, io non posso mai negare che la cosa è stata là». L’oggettività della fotografia le conferisce un potere di attendibilità assente da qualsiasi opera pittorica, la fotografia beneficia di un transfert di realtà dalla cosa alla sua riproduzione. Tuttavia l’immobilità e la pietrificazione del gesto in un istante fisso, rendono palese il paradossale rapporto con il tempo, la pretesa magica di ricostituire un doppio della vita reale e di sottrarlo alla morte. Le immagini fotografiche sono la presenza inquietante di vite arrestate nella loro durata.
Abbiamo visto come su questo inquietante rapporto Pina Della Rossa, dalla registrazione dell’insignificante, arriva a decostruzioni che ricordano l’astrattismo espressionista. Così che mondo reale e mondo rappresentato si sovrappongono, realizzando un metaforico specchio della realtà, moltiplicandosi senza tregua, come in un gioco di riflessi. Questa autogerminazione di immagini incrementa a ogni passaggio la sua valenza concettuale e ci svela finalmente il perché di una cornice vuota, dove il vetro dello specchio sarebbe stato superfluo.
Mario Franco
(testo in catalogo in occasione della personale “AL DI LA’ DEL MURO”- Galleria Fiorillo Arte - Napoli, 9 novembre – 9 dicembre 2012)

L’artista Pina della Rossa, dopo il successo dell’evento “Percorso d’artista”, prosegue nella sua ricerca creativa attraverso la fotografia, che diviene sempre più contemplativa, quasi onirica. La sua è un indagine interiore, appassionata ed intensa, che parte dal reale per giungere inevitabilmente ad una dimensione dell’anima, visionaria e silenziosa, in uno spazio che diviene infinito, metatemporale. Ma a colpire e coinvolgere chi si trova davanti alle sue opere sono anche le particolari tonalità cromatiche, l’uso del bianco e nero, il gioco di luci ed ombre, l’intensità di un particolare. Tutto ciò fa assumere ad esse una connotazione intrinseca che va oltre le foto stesse…e ci si interroga: ma allora Pina della Rossa è una fotografa che dipinge o una pittrice che fotografa? Entrambe le cose, evidentemente, perché in ogni opera si avverte la sensibilità del tocco, l’armonia della composizione, l’emozione che per prima muove l’artista, che pervade l’opera e che da essa viene restituita in tutta la sua intensità.
Le porte e le finestre ritratte dall’artista appartengono a luoghi reali ma nelle sue opere esse assumono una valenza diversa : sono spiragli dell’anima, passaggi sospesi, spesso inquietanti,misteriosi,allusivi. Evocano una dimensione parallela, un mondo in cui si celano sogni, fantasie, ma anche paure ancestrali…Questi varchi divengono luoghi surreali,verso cui la mente dirige i suoi desideri sottesi, la voglia di conoscenza,che è propria dell’uomo, la paura, ed insieme la speranza, di ritrovarsi in uno spazio-tempo diverso, alternativo, in cui si annullano i nostri limiti e confini interiori.

Imma De Vincenzo

(in occasione della mostra d’Arte Contemporanea “SELECTED WORKS”
- Area24 ART GALLERY - Napoli, 26 novembre 2011 – 20 gennaio 2012)

Pina Della Rossa. Una fotografa che dipinge o una pittrice che fotografa?
Il 2 giugno è stata inaugurata a Lecce, la mostra, “PHISIOGNOMIES, IL RITRATTO NELL’ARTE CONTEMPORANEA”, che sarà aperta fino al 23 giugno. Tra gli artisti invitati a esporre le loro opere c’è Pina Della Rossa, docente di Storia dell’Arte presso il liceo Gandhi.
Anzi, proprio un ritratto di Pina Della Rossa è posto sull’invito, tratto dal ciclo di lavori “In-oltre” in cui l’artista “imposta una riflessione sul rapporto tra la vita e la morte, l’anima e il corpo, lo spirito e la materia. Al centro di questi scatti compare il teschio, che non è quello di Adamo, simbolo del peccato originale redento dal sacrificio di Cristo, bensì il teschio venerato dal popolo napoletano come tramite fra i vivi e i morti. – afferma il critico Marco di Mauro Al teschio si accompagna una figura muliebre nascosta dal burqa, che agitando il suo corpo esorcizza la morte e rivendica la propria forza, materiale e spirituale.”

Pina ha iniziato il suo iter, ricco di successi, negli anni ‘80, ereditata la passione per l’arte dal padre e dal fratello maggiore, e ha raggiunto la massima espressività attraverso la fotografia e l’uso delle nuove tecnologie digitali e multimediali.
In “Percorso d’Artista”, una personale, Pina ha ricevuto il consenso unanime dei più noti critici d’arte: “La mia è un’indagine interiore, appassionata e intensa, -afferma Pina-
che parte dal reale per coglierne l’essenza; quasi una dimensione dell’anima, visionaria e silenziosa, in uno spazio che diviene infinito, metatemporale.”

Gli strumenti? Particolari tonalità cromatiche, l’uso del bianco e nero, il gioco di luci ed ombre, l’intensità di un particolare.
Allora, ci chiediamo, Pina Della Rossa è una fotografa che dipinge o una pittrice che fotografa? Entrambe le cose, evidentemente, perché in ogni opera si avverte la sensibilità del tocco, l’armonia della composizione, l’emozione che muove l’artista e che pervade l’opera, la continua ricerca di un’espressività intensa e creativa, frutto di riflessione, di attenzione alla realtà e alle persone.
Grande è stato anche il successo in SELECTED WORKS presso l’AREA 24 ART GALLERY di Napoli, in cui Pina ha presentato opere intense ed originali, tra cui fotografie in cui porte e finestre, attraverso varchi e spiragli si astraggono dalla realtà per condurci in una dimensione parallela, evocativa, inquietante e fantasiosa, simbolo di paure ancestrali ma anche di speranze oltre i confini del cuore e della mente
Simboli e analogie sono presenti in tutti i temi di Pina: I cantieri, Mediterraneo, Infinito presente, Al di là del buio, Legato a te, Visione simultanea nello spazio dinamico.

Nella serie “I Cantieri”, per approfondirne almeno una, “l’artista focalizza l’obiettivo sui materiali per riscattarne la dignità, il valore intrinseco che deriva dal fine per cui sono impiegati e dal lavoro umano che li ha forgiati nella forma più appropriata. Il valore dei materiali non è solo semiotico, ma persino estetico, data la perfetta geometria di profilati metallici, mattoni forati e barre di acciaio sagomate che definiscono complesse trame di segni. – afferma Marco di Mauro -
Ognuno di essi assume una duplice valenza: da un lato apre uno squarcio sulla realtà dei cantieri, dove si costruisce il nostro habitat futuro, e da un altro delinea luoghi immaginari, come le onde del mare evocate dal profilo delle lamiere ondulate.”

Insomma, questi capolavori sono proprio da vedere!!!!!
Vittoria Caso
(in occasione della mostra “PHISIOGNOMIES, Il ritratto nell’arte contemporanea PRIMOPIANO LIVINGALLERY- ideata e curata da Dores Sacquegna – Lecce, 2 – 23 giugno 2012)

Segni e significati nelle fotografie di Pina della Rossa
La fotografia di Pina Della Rossa non ritrae il visibile, ma evoca l’invisibile attraverso suggestioni visive, in cui la ricerca formale non cede mai all’effusione estetica. È proprio la dimensione evocativa a costituire il valore distintivo delle immagini, che nascono dalla sublimazione di frammenti del quotidiano, che subiscono un processo di astrazione ed assumono il valore di segni, portatori di significato. Fondamentale in questa ricerca è l’aspetto compositivo, fondato su ardite prospettive, su forti contrasti tonali, su giochi di piani che si sovrappongono e si distanziano in multiple vedute spaziali. Di qui il richiamo allo spazialismo di Fontana, alla necessità di superare la superficie fisica del quadro per includervi la dimensione spaziale e temporale.

La produzione fotografica di Pina Della Rossa si snoda attraverso cicli tematici, che si intersecano in una reciproca contaminazione che investe non solo gli aspetti formali, ma gli stessi contenuti.

Nella serie “I Cantieri” l’artista focalizza l’obiettivo sui materiali per riscattarne la dignità, il valore intrinseco che deriva dal fine per cui sono impiegati e dal lavoro umano che li ha forgiati nella forma più appropriata, che è l’esito di un millenario processo evolutivo. Il valore dei materiali non è solo semiotico, ma persino estetico, data la perfetta geometria di profilati metallici, mattoni forati e barre di acciaio sagomate che, nelle intense fotografie di Pina Della Rossa, definiscono complesse trame di segni. Ognuno di essi assume una duplice valenza: da un lato apre uno squarcio sulla realtà dei cantieri, dove si costruisce il nostro habitat futuro, e da un altro delinea luoghi immaginari, come le onde del mare evocate dal profilo delle lamiere ondulate.

Anche nella serie “Mediterraneo”, l’artista indugia sul particolare per evocare scenari senza tempo, che non sono ripresi dall’esterno, come ci si aspetterebbe da un fotografo, ma scavati nella memoria collettiva. Così l’affiorare della ruggine su una catena per ormeggio ci riporta alla mente le vite trascorse sui mari, in balia del destino e delle forze naturali, le gesta di antichi navigatori e attuali migranti che solcano i mari a bordo di precarie imbarcazioni.

Nella serie “Infinito presente”, invece, la figura umana viene esplicitata, posta in primo piano per rammentare, perentoriamente, la centralità dell’uomo nella costruzione della società, dello stato, dell’ambiente urbano. La serie comprende diversi lavori, collegati fra loro dalla riflessione sull’essere umano: “Al di là del buio”, “Legato a te”, “Visione simultanea nello spazio dinamico” ed il ciclo “In-oltre”.

Nel trittico “Visione simultanea nello spazio dinamico”, l’autoritratto dell’artista è vivificato da una lunga esposizione che fa vibrare l’immagine, catturando attimi di vita che l’occhio umano non è in grado di percepire simultaneamente. Anche qui si avverte il richiamo a un’avanguardia storica, il futurismo, che per primo tradusse in pittura la fugace dimensione del tempo.

In “Legato a te”, opera dedicata al 150° anniversario dell’Unità d’Italia, Pina Della Rossa ritrae una figura tremula, pulsante, che volge lo sguardo all’interno dell’opera, verso una profondità spaziale e temporale che l’occhio non può misurare: solo la mente può farlo. Nel buio che varca la superficie della carta può leggersi, ancora una volta, il richiamo allo spazialismo di Fontana.

In “Al di là del buio” prevale un intento narrativo: è il racconto di una violenza cieca e brutale, che le donne subiscono dietro un muro di terrore e di omertoso silenzio. La donna è rappresentata da un manichino nudo, irrigidito dal dolore, eppure integro nella sua candida e verginale purezza. Alle sue spalle, la tetraggine di un muro fatiscente ci ricorda che non c’è via di scampo alla violenza. L’immagine fotografica sembra respirare con un battito convulso, sul filo tra la vita e la morte, come un film dell’orrore che però trae linfa da eventi reali e quotidiani, non dalla fantasia di un regista.

Infine, il ciclo di lavori “In-oltre” imposta una riflessione sul rapporto tra la vita e la morte, l’anima e il corpo, lo spirito e la materia. Al centro di questi scatti compare il teschio, che non è quello di Adamo, simbolo del peccato originale redento dal sacrificio di Cristo, bensì il teschio venerato dal popolo napoletano come tramite fra i vivi e i morti, nei molteplici cimiteri sotterranei della città antica. Al teschio si accompagna una figura muliebre nascosta dal burqa, che agitando il suo corpo esorcizza la morte e rivendica la propria forza, materiale e spirituale. Le sensuali movenze della donna sono riflesse e amplificate dai lineamenti sinuosi di una sedia rossa, colore del sangue e della vita, che pur sottoposta al teschio, lo sovrasta visivamente e concettualmente. Nel rapporto tra la sedia rossa e il teschio grigio, lo schienale bianco e il burqa nero si ripropone, ancora una volta, l’intimo rapporto tra la vita e la morte.
Marco di Mauro

(in occasione della mostra d’Arte Contemporanea “Percorso d’Artista” – Giornata del Contemporaneo – AMACI VII edizione,
Complesso Monumentale di S.Severo al Pendino, Napoli, 8 – 15 ottobre 2011)

“Out” – opera di Pina Della Rossa
Il ferro, elemento tipico della fotografia dell’artista. Un ferro arrugginito, ma al contempo vivo nel colore acceso e nelle forme sinuose. Curve ferrose, serrate, sembrano voler celare ciò che l’occhio, invece, vuol vedere. L’apertura centrale, che pare ottenuta con le mani dell’uomo, lascia intravedere un orizzonte, un percorso color verde speranza, che permette al soggetto di violare quel limite che gli proibisce di sognare, di adoperare la propria fantasia, e di superare così le barriere della banale quotidianità. Le porte si aprono ad un senso d’innovazione, ad un orizzonte di speranza. Come nell’infinito leopardiano all’uomo è concesso un senso di quiete e di liberazione da tutte le angosce della vita, e questo stato gli permette di andare oltre, guidato unicamente da se stesso, dal proprio talento, dalle proprie aspirazioni. Ciò pervade lo stesso osservatore, travolto da quest’aria di freschezza e libertà mediante uno specchio, che permette all’immagine di attraversarlo per intero, nel corpo e nell’anima. Ancora una volta, la speranza, caratteristica della personalità di Pina Della Rossa, trionfa nelle sue opere.

Alessandro Iacobelli

(in occasione della mostra d’Arte Contemporanea “Percorso d’Artista” – Giornata del Contemporaneo – AMACI VII edizione,
Complesso Monumentale di S.Severo al Pendino, Napoli, 8 – 15 ottobre 2011)

“Al di là del buio” – opera di Pina Della Rossa
“Immagini cupe, spettrali, di morte, si mischiano le une alle altre, primeggiando su di un muro che sembra poter crollare da un momento all’altro. E’ il muro della violenza, del sopruso, della brutalità, dell’infamità. E’ quel muro di periferia e di omertà che non dà scampo alla donna. Una donna irrigidita dalla sua fragilità, resa immobile dal terrore, e da quel velo di plastica grezza che quasi le toglie il respiro, e che vuole soffocarne i sogni e le speranze di libertà, di purezza, di dignità. Una vita spezzata a metà, ma non ancora distrutta per sempre. Tra la realtà e l’illusione, proprio in quel buio, nero pesto, emerge la possibilità di un riscatto, simboleggiata da quel filo d’erba verso cui la mano del soggetto tende le proprie speranze. La forza di non arrendersi, di non perdere sé stessa, al di là del buio, rappresentano l’unica via di salvezza.”

Alessandro Iacobelli

(in occasione di MILANO PRODUCING CENSORSHIP 2011
, Premioceleste – luglio 2011

“Fonte della vita” – opera di Pina Della Rossa
“Lo sguardo del soggetto è proiettato verso l’infinito. Dietro vi si cela il desiderio di qualcosa di più rispetto alla semplice sopravvivenza. E’ la voglia di lasciare il segno, le proprie emozioni, i propri gesti, nel paesaggio. E’ la libertà di interpretare e superare lo spazio in cui viviamo. Tuttavia vi sono dei limiti che l’individuo deve necessariamente rispettare per non diventare prigioniero di sé stesso. Il rapporto uomo – natura non può essere inteso a senso unico, non c’è una dominanza dell’una o dell’altra parte. Solo attraverso una leale collaborazione, in un’ottica chiaramente possibilista, l’uomo può trarre il meglio dalla propria attività. La natura è la sorgente della nostra vita, e non il mero oggetto di un processo cumulativo che si autoalimenta.”
Alessandro Iacobelli
(in occasione di NEW YORK PRODUCING CENSORSCHIP 2011, Premioceleste – luglio 2011)

“Visione simultanea dello spazio dinamico” – opera di Pina Della Rossa
“Il bianco e il nero, lo sfondo che sembra infinito, spostano la scena rappresentata dalla dimensione spazio – tempo all’interiorità del soggetto. Sono le espressioni a dominare la fotografia. Espressioni che, a dispetto di una realtà che non cambia, mostrano la persona in un dinamismo simultaneo, rappresentazione del continuo divenire, di uno slancio vitale frutto dell’energia più intensa e profonda. Quanto risiede dentro sopravvive per sempre, nelle forme astratte della gioia e del mistero, e non c’è modo di frenare questo spirito di libertà”.

Alessandro Iacobelli

(in occasione della mostra d’arte contemporanea
“VentiperVenti – Mettici la faccia” , Galleria Lineadarte Officina Creativa – Napoli, 18 giugno 2011)

“Mente e cuore” – opera di Pina Della Rossa
“Dall’Italia all’uomo, nella sua universalità. Ancora una volta i colori della bandiera italiana sono protagonisti nel raccontare ciò che l’uomo è, o meglio ciò che questi può ancora diventare, migliorando se stesso e quanto lo circonda. Il verde della speranza, che deve guidare l’agire umano e contribuire a rendere la mente ragionevole e lungimirante. Il bianco, purezza della parola, ritorno alla diplomazia, in un momento storico segnato da un susseguirsi di tragici eventi e violenza. Il rosso, che tocca il petto dell’uomo, lo prende per il cuore, portandolo a vivere non come una creatura cinica e spietata, priva di alcuna umanità, ma come una persona protagonista nella sua individualità, attraverso i suoi sentimenti e le sue passioni. Chi guiderà l’essere umano verso l’ennesima riconquista di se? Solo la fermezza, la decisione di chi mira al proprio obiettivo e lo persegue, senza cadere nelle trappole insidiose del buio.”
Alessandro Iacobelli
(in occasione de
i 150 anni dell’Unità d’Italia – Premio Celeste 2011, VIII Edizione – giugno 2011)

“Legato a te” – opera di Pina della Rossa
“Nel buio tremo, sono scosso, e perciò mi sento perso. I valori in cui credevo, gli ideali per cui ho combattuto, i sogni del domani, tutto sembra smarrito. Eppure c’è qualcosa che ancora mi lega a te. E’ la speranza di un futuro migliore, è il sorriso di quando ero bambino, è il sangue che mi scorre nelle vene. Sei tu, mia cara Italia, non lasciarmi mai, restiamo uniti”.

Alessandro Iacobelli

(in occasione della mostra d’arte contemporanea per i 150 anni dell’Unità d’Italia “Sorelle d’Italia”, Galleria Lineadarte Officina Creativa – Napoli, 19 marzo 2011)

“86 ‘A puteca” – opera di Pina Della Rossa
“Un’opera concisa ed efficace, che nella sua visione complessiva tende a celebrare la resistenza nel tempo e nei costumi della smorfia napoletana. Un portone chiuso, serrato, invecchiato dalla ruggine e segnato da scritte che somigliano a graffiti. Un’insegna coperta da cartoni, quasi a voler cancellare ogni traccia del passato. Il numero 86 che quasi misticamente ci lascia presagire che si tratta di una vecchia bottega. La bottega, che seppure apparentemente morta, non ha mai cessato di esistere. A testimonianza del perdurare della tradizione vi è l’attività, e dunque la vita, celebrata dalla vivacità e dalla varietà di un banco di frutta fresca che, nell’impossibilità di ristabilire il passato così com’era, ne cambia la forma, lasciandone però intatta l’essenza, e stimolando la curiosità dell’osservatore.”

Alessandro Iacobelli

(in occasione della mostra d’arte contemporanea –
“30×30 = 90 Interpretazione dei numeri della Tombola Napoletana” – Vernissage Galleria Monteoliveto, Napoli, 18 dicembre 2010; Museaav, Nizza, Napoli, 24 febbraio 2011)

“Pina Della Rossa: una fotografa che dipinge o una pittrice che fotografa? Questo è il dubbio suscitato dalle sue opere fotografiche. In esse, sia quando colgono l’attimo fuggente, sia quando i soggetti vengono “costruiti”, emergono con forza l’aspetto cromatico mai casuale, la cura appassionata per la composizione e, non ultima, la tendenza a sottolineare la matrice puramente “grafica” alla quale rimandano le linee di forza rappresentate. Questo forse è l’aspetto più accattivante e personale dell’autrice. Fili spinati, matasse di fil di ferro, ferri di armatura per edilizia, spirali in lucente acciaio, colti nel loro abbandono, riprendono vita trasformandosi in segni grafici, percorsi sinuosi tracciati da una mano sapiente, desiderosa di trasmettere un’inconscia sensualità. La stessa sensualità la ritroviamo nei drappeggi mirabilmente rappresentati nei loro giochi chiaroscurali, evocativi del medesimo turbamento che il Bernini ci trasmette attraverso l’”Estasi di Santa Teresa”. Le sue composizioni suscitano un forte impatto visivo ed emotivo, sia quando giocano con i contrasti bi-cromatici, sia quando propongono una monocromia fortemente personalizzata. L’evocazione dei maestri del passato la ritroviamo anche nella splendida foto in cui una spirale d’acciaio emerge con grande prepotenza estetica da un fondale scuro, praticamente identico ai fondali tanto amati dal Caravaggio. Ed è caravaggesca anche la scelta di raffigurare oggetti nella loro naturalità, nonché l’uso sapiente e teatrale della luce.
Insomma il dubbio iniziale rimane; così come la curiosità di conoscere come si evolveranno sia la ricerca formale, sia il percorso emozionale dell’artista: in definitiva se il processo di liberazione da una formazione accademica si tradurrà nel coraggio di “osare”, ampliando e diversificando le tematiche attuali, senza perdere la freschezza e la capacità di trasmettere dei contenuti attraverso il godimento estetico delle sue opere.”
Attilio Cusimano

(in occasione della mostra – “Orizzonti Femminili” Mostra Internazionale d’Arte Contemporanea – Complesso Monumentale S.Severo al Pendino – Napoli, luglio 2009)

“L’artista si pone in maniera immediata e simbiotica con l’ambiente circostante, qualunque esso sia. Quasi come se il contatto tra individuo e realtà esteriore fosse predestinato, già letto nell’inconscio, nell’ego puro, nella fase sublime ed assoluta del momento onirico, sospeso tra sogno e visione reale. L’attuale mostra fotografica fa parte dei cicli “i cantieri”.
Il cantiere, visto come luogo di costruzione reale e simbolica, come punto d’interscambio di sapienza e cultura, come base strutturale e punto di partenza di ogni elevazione umana. Il cantiere, come espressione della fatica dell’uomo, da sempre indispensabile e cementatrice delle comuni tensioni ed aspirazioni.
In tal senso, anche l’elemento, il particolare apparentemente anonimo, il dettaglio, che sfugge ai più, assume la valenza di riscatto della “materia”. L’artista la rivaluta, donandole la primitiva dignità, cogliendo il profondo senso di continuità tra ciò che è stato, ciò che è e ciò che diverrà, tra passato, presente e futuro.”

Imma De Vincenzo

(in occasione della mostra “Momenti dell’Arte” – Complesso Monumentale dell’Annunziata – Napoli, gennaio 2006)

“Pina Della Rossa si confronta, con risultati pienamente persuasivi e catturanti, con i dettagli, secondo il modello trasmessogli da quel poeta della macchina fotografica che è Mimmo Iodice. I suoi “particolari” acquisiscono di volta in volta la dignità di prove irrefutabili delle connivenze dell’involontario e dell’anonimo, delle correità, ad esempio, che si stabiliscono, oltre la soglia della razionalità istituzionale, di tipo costruttivista, e unilineare, tra il fil di ferro e la ruggine, tra lo spazio dimesso e il loglio che ivi rivendica un suo statuto di nobiltà, tra l’ombra, il muro a calce e la cromia anonima, che vi si riscatta. Nelle sue opere, umoristicamente si verifica che nel degrado e nei processi di decomposizione germina irriducibilmente il bello della vita.”
Ugo Piscopo
(in occasione della mostra ” Entro dipinta gabbia” – galleria d’arte L’IDIOMA – Ascoli Piceno aprile 2001)

 

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