La registrazione degli esposti

La registrazione degli esposti

L’addetto alla registrazione del bambino appena arrivato era il “rotaro”. Questi stilava subito il “verbale di immissione” (che ufficializzava lo stato di figlio di A.G.P.) in cui indicava la data, il numero progressivo dell’anno (il primo bambino giunto all’inizio di ogni anno era il numero uno e così di seguito), l’ora del giorno o della notte in cui era stato abbandonato, il nome che gli veniva attribuito nel battezzarlo, la presumibile età, le caratteristiche somatiche e le condizioni fisiche in cui era giunto, altre notizie (se venivano scritte o, più raramente, riferite, come negli ultimi tempi), ciò che portava addosso o lo accompagnava, se presentava particolari segni sul corpo che potevano servire da identificazione, l’eventuale identità della persona che lo aveva portato (in particolar modo in seguito all’abolizione della Ruota).

Ogni piccolo all’interno della Casa era identificato con la sua “matricola”: la lettera dell’anno in cui era arrivato (ogni anno era indicato con una lettera in ordine alfabetico) ed il numero progressivo di entrata.

IMG_0087Alcune madri accanto al bambino lasciavano un oggettino, un sacchetto, una lettera che venivano scrupolosamente appuntati su un foglio bianco sul quale si scriveva il numero di matricola del piccolo e in calce al quale apponeva la sua firma il Capo dell’Ufficio degli esposti. Tali fogli erano chiamati “cartule”, così come gli stessi oggetti.

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Il bambino giunto privo di alcuno di questi “segni” di accompagnamento veniva registrato come “venuto senza cartula”.

Ecco alcuni esempi di registrazione:

Anno (Domini die ) 29 maggio 1679

264 – Andreana di giorni quindece venuta senza cartola et tal nome l’è stato imposto da noi nel sacro Battes(i)mo; faccia tonda, naso accorciato, occhi et capelli negri; involta con straccio di canovaccio di sacco, un poco di fascia di tela vecchia et con una pezza in capo; scritta in libro Q di notte n. 264, di n.3°.

Anno (Domini die) 30 maggio 1679 martedì

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265 – Camillo di giorno uno venuto senza cartola et tal nome l’è stato imposto da noi nel sacro Battes(i)mo; faccia tonda, naso accorciato, occhi et capelli negri; involto con fasciatoio; straccio torchino, fascia di coverta seu (oppure) manta di lana, et con una pezza in capo; scritto in libro Q di notte n. 265, di n.1°

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Anno (Domini Did) 31 maggio 1679 mercordì

266 – Domenico al(ia)s Francesc’Antonio di mese uno, venuto con cartola dovo dice che non ha padre, è battezzato a S. M. d’Ogni Bene, et se chiama Francesc’Antonio et da noi poi l’è stato permutato il nome; faccia tonda, naso affilato, occhi negri et capelli castagnoli, involto con fasciatolo, straccio negro, con fascia pure negra, et coppolella sempia(così leggiamo nell’originale); scritto in libro Q di notte n. 266. n.1°

Fine del mese di Maggio 1679 (n. 40)

Il bambino abbandonato per povertà arrivava “involto con canovaccio di sacco, un poco di tela vecchia e con una pezza in capo”; ma vi era anche chi giungeva “involto con fasciatolo e manto di lana” o “involto in fasce di lino e tela ricamate”!

Generalmente, se non indicati nella cartula o non suggeriti oralmente, agli esposti si attribuivano un nome scelto a caso (della balia, del santo del giorno, della persona che lo aveva qui condotto) ed un cognome che fino alla metà del 1811 fu per tutti ESPOSITO, cioè “esposto alla pietà altrui, abbandonato”, sul quale argomenta in particolar modo il Mastriani. Più raramente si imponeva il cognome Esposito – Vulgo (esposto al pubblico). Venivano registrati come figli di A.G.P. tutti coloro di cui si ignorava l’identità di entrambi i genitori naturali.

Personalmente io propendo per una tesi di tipo etimologico :expositus in latino è un participio e un aggettivo, derivato dal verbo expono, is, posui, positum, exponere che, in una delle sue varie accezioni, significa abbandonare. L’origine semantica di Esposito è quindi più realistica e deriva dalla spietata e consapevole considerazione della realtà. Expositus, inoltre ha un sinonimo terribile, proiectus, participio e aggettivo di proicio che equivale a gettar via, ed è il termine da cui è derivato il cognome Proietti, utilizzato a Roma nel Brefotrofio di Santo Spirito” così afferma l’archivista Tommaso Lomonaco (n. 41).

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Anche i piccoli legittimi, pur giungendo con il proprio nome e cognome, perdevano comunque il loro stato e venivano registrati come esposti. Esposito divenne un marchio che ingiustamente lasciava immaginare le origini di colui che lo portava, il quale, per questo motivo, era spesso oggetto di vilipendio da parte di individui insensibili. Per evitare umilianti denigrazioni, agli inizi dell’800, anche in concomitanza dell’introduzione dello stato civile, fu eliminata la consuetudine di attribuire il cognome Esposito, con decreto di G. Murat n. 985 del 3 giugno 1811: “Considerando che l’antica usanza esistente in alcune Province del regno di distinguere i proietti col cognome di espositi, lascia una macchia che impedisce talvolta i vantaggi che potrebbero avere nello Stato Civile. Considerando, che non è consentaneo alla ragione che tali individui soffrano danno per motivi a loro non imputabili, sul rapporto del nostro Ministro dell’Interno, abbiamo decretato e decretiamo quanto segue:

Art.1) Tutti i fanciulli espositi porteranno da ora innanzi un cognome che verrà loro imposto da coloro che a norma del nostro decreto dei 10 agosto 1810 sono incaricati della tutela dei medesimi.

Art.2) I cognomi imposti saranno scritti nei registri dello Stato Civile nello adempirsi all’atto di nascita prescritto dal codice Napoleone”

Pertanto, dal primo agosto 1811, si iniziò a imporre agli esposti cognomi a caso (solo raramente quello della madre), ufficialmente indicati dal “Governatore incaricato alla tutela degli esposti”. E qui si sbizzarrì la notoria fantasia dei Napoletani: inizialmente fu attribuito il medesimo cognome ai piccoli giunti nello stesso giorno, quindi furono scelti cognomi adeguati per ciascun esposto, considerando le sue caratteristiche somatiche, le condizioni fisiche o il periodo dell’anno in cui era arrivato, col risultato di cognomi strani, talvolta anche ridicoli.

Dal “Registro di Ruota” di quell’anno, infatti, fino al 31 luglio i bambini sono registrati con il solo nome: era superfluo indicare il cognome in quanto era uguale per tutti. Nello stesso foglio, però, al 1 agosto 1811 si legge:

1262 – Pietro Abbadessa di giorni due, maschio, venuto da Marigliano, è stato da me battezzato, faccia tonda, naso affilato, occhio e capello negro e pezze di tela bianca”. Seguono Liborio Abbadessa venuto da Forcella e Raffaele Abbadessa venuto dall’Avvocata, tutti giunti nello stesso giorno. Quindi furono attribuiti i cognomi Abbate, Abbateggio, Abbatemarco … seguendo l’ordine alfabetico. Si diedero cognomi relativi alle caratteristiche somatiche dell’esposto: Alto, Grande, Basso, Amabile, Giocondo; nomi di luoghi: Marianella, Marano, Mercato; di oggetti : Mazza, Bacchetta; di animali : Falco, Gallo; di fiori : Giglio, Garofalo. Per uno scherzo del destino il sig.

G.N. (nei registri dell’Annunziata ) è ora G. Esposito in seguito all’adozione da parte della famiglia Esposito!

Nei primi tempi il rotaro registrava l’ingresso di quattro bambini su ogni foglio, due su ciascuna facciata; i fogli, firmati dal Segretario generale, venivano poi disposti, insieme con le cartule, infilzati in uno spago munito di punteruolo, e fatti pendere dal soffitto, “Filze di Projetti”, (fino alla fine del XVIII sec.). A fine anno erano rilegati in cordame ritorto a mano e budella animale con piatti generalmente in montone, più tardi in carta e con la lettera dell’anno sul dorso:”Registri di Ruota” o “Registri delle immissioni”. I verbali di immissione costituivano i documenti ufficiali degli esposti ed erano validi a tutti gli effetti quali certificati di nascita. I documenti degli esposti iniziano dal 1601 con la prima testimonianza di abbandono, il primo registro conservato è del 1623 e contiene 1006 immissioni, si prosegue con le registrazioni degli immessi annualmente dal 1665, anno in cui, secondo la media mantenuta fino ad allora, furono gettati 729 piccoli, che aumentarono in seguito fino a circa 2500 nel 1797 e nel 1798, a 2621 nel 1802 ed oltre in particolari periodi di guerre, eventi sismici o epidemie ( per la carestia del 1764 gli immessi furono ben 4675 di cui 1941 legittimi poveri), fino ai due conflitti mondiali che portarono ancora alla R.S.Casa tantissimi proietti, con una media di 1570 nel primo Novecento. Gli abbandoni, fra illegittimi e riconosciuti, andarono gradualmente diminuendo: 197 nel 1968; 168 nel 1969; 171 nel 1970.

Risulta inoltre che i maschi venivano abbandonati soprattutto nei primi giorni di vita perché illegittimi, mentre le femmine a qualsiasi età e principalmente per povertà, in quanto economicamente improduttive; per tal motivo il loro numero superò sempre di gran lunga quello dei maschi.

Alle donne che portavano i figli all’Annunziata veniva rilasciata, negli ultimi tempi, una ricevuta, “ammissione di esposto” riportante la data dell’abbandono, il cognome e il nome del bambino, quello dei genitori, indicati generalmente come “ignoti” o con due gelidi trattini, il luogo e l’ “epoca” di nascita, la matricola; il tutto firmato dal “Capo dell’Ufficio Esposti”, successivamente ( dal 1970 ) dal “Capo Ufficio Assistenza”.

Di recente dopo la morte di una donna una sua parente ha rinvenuto tra le “cose” della defunta ben 4 di queste ricevute che erano state da lei conservate per oltre 40 anni nel più totale segreto.

Un altro suggestivo rituale faceva parte della registrazione: al collo del bambino veniva messo un laccetto, chiuso definitivamente da due placche di piombo unite con il torchio (quello conservato in Archivio risalirebbe al XVI secolo), il piombo era detto “merco” (dalla marchiatura a fuoco del bestiame); su di esso, sempre con il torchio, si imprimevano da un lato l’immagine dell’Annunziata e dall’altro il numero di matricola. Il merco non poteva mai esser tolto finché non si lasciava definitivamente la Casa, quindi o per rientrare in famiglia o in seguito ad adozione; le ragazze se ne disfacevano appena prima delle nozze. Nell’ Ottocento al piombo fu sostituita una medaglia dapprima in ottone, poi in metallo (stagno). Poiché nei secoli XVIII e XIX si immettevano anche bambini riconosciuti dai genitori, per costoro le medagliette erano in rame e riportavano due lineette al di sopra del numero di matricola per indicare, appunto, che trattavasi di figli legittimi, anche se, comunque, abbandonati. A tal proposito bisogna sottolineare come, contrariamente agli altri brefotrofi disseminati in Italia ed in Europa che usavano imprimere il marchio a fuoco sulla pelle del tallone o della spalla, quello dell’Annunziata di Napoli è stato l’unico ad usare la medaglia, nel rispetto della persona.

Dal “Regolamento” del 1739:

Art.8) Perché si trova introdotto il detestabile abuso di rompersi il merco pendente dal collo degli esposti e particolarmente dopo che sono usciti di paga, perciocché allora non ricevendo le madri di allievo le mesate, non sono in obbligo di condurle alla Ruota, per osservarsi dal magnifico ufficiale che ne ha il peso se sono gli esposti mercati per farne il pagamento e dal detto abuso n’è derivato danno e pregiudicio alla nostra Real Casa Santa, essendosi molte volte pagato non già per gli espositi ma per li supposti somministrandosi le mesate per bambini morti e le doti a figliuole che non erano della S. Casa, o se lo erano, non erano vergini facendo comparire una persona per un’altra; li quali inconvenienti sebbene abbiano mosso il zelo e l’attenzione dei signori Governatori nostri predecessori in vari tempi a fare più e diverse determinazioni ed ordinazioni, ha niente di manco la esperienza dimostrato che i rimedi niente han profittato, perciocchè non si sono applicati a svellere la radice del male. Per conseguir questo effetto han considerato che l’unico e solo rimedio sarebbe stato quello di bollare gli esposti sopra le carni… . Questo espediente però fu reputato pericoloso per gli esposti… e persuadente con l’andar del tempo la memoria non fu più introdotto”.