Ruota degli Esposti

IMG_0079La “Rota”

La “Rota dell’Annunziata” (o “Ruota dei gittatelli” o “Ruota degli esposti”) ha esercitato nei secoli un fascino singolare ed ancora possiede un pregnante significato per il nostro popolo. Eloquenti sono le parole di Nicola De Crescenzio :” Ognuno sa cosa sia una Ruota in un Ospizio di trovatelli, ma nessuno ha saputo mai che cosa fosse e che importanza avesse la ruota nella S.Casa dell’Annunziata”.(n. 38)

L’abbandono in ruota era indiscutibilmente un atto ignobile ma, comunque, salvaguardava la sacralità della vita. Questa Ruota è stata il segno dell’accoglienza e della solidarietà della nostra gente e per migliaia di donne in difficoltà (economiche, di salute, nei rapporti familiari) ha rappresentato il luogo a cui poter affidare il proprio figlio. Erano donne costrette da un misterioso, grave motivo. Non gettavano il piccolo in un luogo qualsiasi (cosa che, invece, avviene oggi!), perché volevano che egli vivesse;alcune speravano di poterlo riprendere un giorno non lontano se fossero cambiate le situazioni che le obbligavano a quel gesto disperato. Erano donne povere non in grado di nutrire un piccolo, donne ammalate che non potevano accudirlo o temevano di contagiarlo, donne che per un momento di leggerezza o per sottomissione lo avevano concepito e poi dovevano liberarsi di quel corpicino imbarazzante ponendolo, però, al sicuro nel cuore della notte nella buca della Ruota.

Non è documentata la data della entrata in funzione della Ruota dell’Annunziata (n,39). Certo è che questa fu istituita qui come in altri luoghi pii, per evitare gli abbandoni di neonati in luoghi appartati o all’esterno della cinta muraria della città dove era difficile rinvenirli, quindi salvarli, prima che venissero soppressi dalla fame, dal freddo, da randagi affamati.

La “Ginevra” di Ranieri esclama :” Rividi l’immagine della S.S. Annunziata … Madre mia … tu mi raccogliesti dalla morte, alla quale, senza te, mi destinava forse colei che mi concepì nel suo seno”.

Sicuramente la Ruota dell’Annunziata di Napoli esisteva già nel Trecento, nel Complesso fatto edificare dalla regina Sancia, se non addirittura in quello sul suolo precedente, e fu l’unica ad esser costruita per lo scopo che conosciamo, mentre altrove si trattava di ruote di monasteri adattate. Dopo circa sei secoli essa è ancora al proprio posto a ricordare il suo lungo e mai ozioso passato: strumento di un atto spregevole e, nel contempo, unica speranza per tante donne.

“…In poco tempo Stella si fece forza, facendosi convincere, e portò la creatura appena nata in quella Ruota benedetta!… – Almeno là starai al sicuro – le diceva, più per rassicurare se stessa che per essere realmente ascoltata!… – Io non ti abbandonerò, appena sarà possibile verrò a trovarti -.

Scese dalla carrozza, lei che aveva sempre viaggiato a piedi, prese quella creatura avvolta in uno scialle e corse verso la Maddalena … e verso la Ruota!….. si fermò davanti al Crocifisso del Borgo degli Orefici, si sedette su di una panca che era nei pressi e s’addormentò per un bel pezzo. Quando si svegliò era ormai notte fonda, ma per sua fortuna una splendida luna piena irradiava tutta la città, cosicché quei luoghi poco illuminati apparivano protetti da Dio. Il Crocifisso sembrava che la fissasse, quasi a volerle comunicare qualcosa! Forse voleva rimproverarla per quello che aveva fatto o, forse, voleva perdonarla!… D’un tratto la luna fu assalita da una nube e, senza potersi difendere, scomparve nel nulla, per riapparire, per fortuna, poco dopo, più splendente di prima. Stella guardò a lungo quella luna dalle sembianze umane, come un volto sereno e fiducioso…” ( dal romanzo “Solo per caso” di Bruno De Vito).

Accanto al portone d’ingresso alla Real Santa Casa, alla sinistra del visitatore e ad altezza d’uomo, è tuttora visibile la parte esterna della famosa “Rota”:una buca nel muro a forma di tronco di piramide quadrangolare con la base verso l’esterno, rivestita in marmo chiaro e chiusa alla base minore da un altro marmo recante la data della sua abolizione: 27 giugno 1875. Napoli fu l’ultima città a chiudere la ruota, che invece rimase in alcuni piccoli comuni ( ad Aversa fino al 12/2/1881).

IMG_0082Al di sopra di essa (un tempo non esisteva l’attuale finestra, né ve ne erano altre nelle immediate vicinanze col fine di consentire l’anonimato) vi erano un angioletto in Creta della fine del quattrocento, attribuito a Giovanni Merliano da Nola, ed i seguenti versi:” O padre o madre che qui ne gettate / alle vostre limosine siamo raccomandati.

All’interno il torno è inglobato in una struttura in legno situata nella “stanza della Ruota”.

Il mobile ligneo (l. cm. 180. h. cm 155, pr. cm.90) è diviso in due reparti: quello a sinistra contiene la ruota propriamente detta o torno, quello a destra, “il vano delle fasciate nuove”, veniva usato per riporre la biancheria (asciugamani e fasce); entrambi i reparti erano chiusi da due antine; davanti al mobile vi è un ripiano, largo quanto la struttura e profondo circa 50 cm., che serviva da fasciatolo. Il mobile attuale risalirebbe al 1600 ed ha subito nel tempo varie opere di restauro, l’ultimo è stato inaugurato il 6/2/1999, ridonando parte dell’antica stanza della ruota alla fruizione dei cittadini. Il torno consiste in un cilindro girevole, sempre in legno, di cm. 73 di diametro e cm. 50 di altezza, con una prima apertura quadrangolare di cm. 26×22 “foro di immissione”, uguale alla buca esterna, attraverso cui si deponeva il piccolo affinché fosse accolto nella Casa; due fori per gli occhi che consentivano, dall’interno, di verificare l’immissione; un’ apertura di cm 12×7 per controllare il contenuto. Davanti al torno è un chiavistello che serviva a bloccarlo.

Qual era, dunque, il “rituale” dell’immissione? La persona che intendeva rimanere nell’anonimato, il più delle volte la stessa madre, furtivamente e inizialmente solo di sera o di notte, introduceva il piccolo nella buca, posizionata col foro di immissione verso l’esterno, suonava un’apposita campanella e fuggiva via finalmente liberata da quel pero ingombrante ma ignara, forse, che a quello si sarebbe ben presto sostituito un macigno: il rimorso. Dall’interno la “rotara” di turno, suora o balia, dopo aver verificato l’immissione e controllato il contenuto, azionava il cilindro che, ruotando, portava l’apertura grande verso l’interno in modo che il piccolo potesse esser preso.

Fonti sicuramente attendibili assicurano che soltanto nella ruota dell’Annunziata il foro d’ingresso del torno era costantemente tenuto in coincidenza di quello esterno per agevolare sia l’immissione sia l’immediato dileguarsi della persona che deponeva il piccolo; inoltre il chiavistello veniva sbloccato solo dopo il suono della campanella, quindi ad immissione avvenuta, ad evitare che il piccolo si ferisse durante l’introduzione.

La fantasia del viandante non pure s’indugia nel considerare malinconicamente la sorte pietosa di quegli esseri ignari e abbandonati, ma riarchitetta e rincorre le circostanze drammatiche onde fu, nella complice notte, consumato da genitori colpevoli il maggiore e pur talvolta più ineluttabile dei delitti. E lì, nella penombra, accanto alla porta e in un di que’ muri, la buca dei reietti” :Salvatore Di Giacomo.

La stanza della ruota in passato era molto ampia, ma poi, particolarmente dopo l’incendio del 1839, fu ridimensionata per consentire la costruzione della scala che attualmente conduce agli uffici amministrativi; fu poi anche soppressa ed inglobata nella costruzione l’antica scala che dalla stanza della ruota conduceva direttamente al brefotrofio (e che ora è visibile solo in parte). Dopo anni, seppur ridottissimo ed in condizioni pietose, questo vano è stato aperto al pubblico per il “Maggio dei Monumenti 1997”, chiuso per restauro nell’aprile 1998, riaperto l’anno successivo.

Nel fondo della stanza, addossato alla parete corrispondente con l’esterno, vi è il mobile che contiene il torno (sulla cui misura evidentemente ci si è regolati per la riduzione del vano), al di sopra del mobile vi è ora una finestra. Sulla parete destra è il lavabo in marmo che fungeva anche da fonte battesimale; sulla parete sinistra, una rientranza nel muro contiene tre assi su cui si stendevano asciugamani e fasce ad asciugare al di sopra di un braciere. In questa stanza stazionavano giorno e notte monache e balie; vi erano un sacerdote, un rotaro, più tardi anche un medico; inizialmente qui (poi in un locale attiguo, quindi nel brefotrofio) gli esposti rimanevano finché non venivano affidati in baliatico esterno. Subito dopo l’immissione una monaca o balia procedeva al ricovero: il piccolo veniva immediatamente lavato, rivestito, allattato, visitato dal medico, quindi battezzato ( se non lo era, se non lo si sapeva, in casi gravi comunque), infine registrato.